Quella del mercato del lavoro, insieme a quella fiscale, si
preannuncia come la riforma delle riforme. Almeno se la si riuscirà a fare
decentemente, e non all’italiana. L’occasione è irripetibile, ha detto la ciarliera
ministra Fornero, che vede nella riforma del mercato del lavoro un treno che
non si deve perdere “ e che prenderemo anche senza l’accordo con i sindacati”.
Quella del lavoro è un passaggio ritenuto fondamentale dal governo Monti per
riavviare il motorino di accensione dell’economia italiana: dobbiamo tornare a
crescere e, quindi, a produrre e, quindi, a lavorare di più. Come? Le idee sono
abbastanza chiare: per cominciare il governo vuole mettere mano all’articolo 18
dello statuto dei lavoratori, che si interpone ai licenziamenti discriminatori,
senza giusta causa o ingiustificati. E lo fa con un trasporto passionale e
appassionato, un giorno col premier Monti che depotenzia il concetto di posto
fisso; il successivo con l’inedita coppia Fornero/Cancellieri sui licenziamenti e sulla “mammonaggione” dei
nostri giovani, poco inclini ad andare a lavorare lontano da mammà. Le sortite
dei suddetti hanno provocato ovviamente un’ondata di sbigottimento e di
fastidio, non essendo l’articolo 18 elemento dirimente per creare occupazione
in un momento in cui l’occupazione serve come il pane, anzi per il pane. Devo
dire subito che condivido quei concetti (che però andrebbero meglio spiegati),
al contrario però della strategia in cui sembrano essere inseriti. Considerare
l’articolo 18 un tabù da eliminare e anteporre la sua rivisitazione al resto
della riforma del mercato del lavoro (ammortizzatori sociali, ingresso al
lavoro, precarietà, garanzia del mantenimento in attività con la formazione e
gli aggiornamenti professionali anche da temporaneamente disoccupati, per non
parlare del ritorno di una scuola che formi non solo le menti, ma anche le
capacità manuali), francamente mi pare una furbata. Insomma, una cortina
fumogena, un espediente per creare un precedente da trasformare in materia di
trattativa, magari per concedere qualcosa che poi in realtà non sarebbe
pensabile non concedere (come la conferma di cig e cigs per i prossimi due anni
e, magari, il differimento di parte della riforma delle pensioni). Gli
imperativi del governo Monti, riverberatisi anche nelle linee guida della
riforma del mercato del lavoro sono: crescita e occupazione e non escludo che
il vero obiettivo del governo, più che l’articolo 18, sia mettere mano al costo
del lavoro. Se così fosse, ne vedremmo davvero delle belle.
….continua….