Cinque mesi prima, a gennaio 2013, il Fondo
Monetario Internazionale segnalava rischi di “avvitamento” delle economie
dell’eurozona, causati dalle “stringenti manovre di consolidamento dei conti
pubblici attuate dai governi in periodi caratterizzati da congiuntura economica
negativa.” Secondo il Fondo Monetario, quindi la politica di austerità
fiscale produce un «effetto avvitamento: gli Stati sono obbligati a
tagliare la spesa e ad aumentare le entrate; produzione e consumi diminuiscono;
inevitabili, quindi, le conseguenze sui conti pubblici: diminuisce il gettito fiscale
e il raggiungimento degli obiettivi di bilancio invece di avvicinarsi continua
ad allontanarsi; e quindi la necessità di ricorrere ad altre politiche di
austerità, e così via. Neanche le banche, ovviamente, sono rimaste indenni (non
senza colpe, anche gravi). Sia come soggetto attore dello sviluppo (riducendo
drasticamente il credito a famiglie e imprese colpite pesantemente dalla
perdita di potere di acquisto e dal crollo dei profitti), che come oggetto
stesso di quelle politiche fiscali stringenti. Hanno infatti dovuto cominciare
sempre di più a fare i conti (è proprio il caso di dirlo…) con la riduzione di
liquidità causata dalla perdita del posto di lavoro degli individui e dalle
perdite di bilancio delle imprese. Risultato: aumento di sofferenze bancarie,
effetti disastrosi sui loro bilanci. Conseguenza immediata e inevitabile: la assoluta
necessità di ingenti ricapitalizzazioni e di severi piani di ristrutturazione. Con
buona pace delle indispensabili risorse sia nel settore pubblico che in quello
privato. Questa la drammatica sequenza imposta da una politica, quella europea,
nei fatti rivelatasi sbagliata, almeno guardando agli Stati Uniti, dove dalla
crisi sono usciti da un pezzo perché hanno prima pensato a ricapitalizzare le
banche e poi, con banche solide, a migliorare le finanze pubbliche. Nell’Ue,
invece, si è voluto fare il contrario. Perché? La risposta arriva da un premio
Nobel dell’Economia, l’americano Paul Krugman. Leggette attentamente: «L’austerità
non funziona: a causa di una politica economica tutta sacrifici e niente
crescita, l’Europa è sanguinante, salassata inutilmente come i malati nel
Medioevo, curati con medicine che li facevano ammalare ancora di più.
L’economia dell’austerità ha seguito il copione Keynesiano: ripetutamente i
tecnocrati responsabili inducono le loro nazioni ad accettare l’amara medicina
dell’austerità, e ripetutamente non riescono a ottenere risultati».
«La strategia economica adottata
nell’eurozona, basata sull’austerità e la riduzione della domanda interna
(quindi anche dei salari), nella storia non ha mai funzionato. Il massimo che i
difensori dell’ortodossia finanziaria possono fare è citare un paio di piccoli
Paesi balcanici che hanno tratto parziale beneficio dalla recessione, ma sono
comunque molto più poveri rispetto al periodo prima della crisi. Così reagendo
alla crisi dell’euro, le istituzioni dell’Unione hanno prodotto delle metastasi
e dalla Grecia la crisi si è diffusa in altri Stati economicamente più
rilevanti, come Spagna e Italia. Di conseguenza, tutta l’Europa è scivolata in
una grave recessione».
«Parte del problema è legato al fatto
che i politici tedeschi hanno passato gli ultimi 2 anni a dire agli elettori
cose non vere, cioè che la crisi è colpa dell’atteggiamento irresponsabile dei
governi del Sud Europa. Eppure in Spagna, per esempio, il debito pubblico è
basso e il bilancio dello Stato è in avanzo: se il Paese è in crisi, questo è
il risultato della bolla immobiliare che banche di tutto il mondo, soprattutto
tedesche, hanno innescato. Oramai però la versione dei tedeschi è quella
preponderante ed è, pertanto, difficile uscire dallo stallo».
«Le politiche di austerità imposte dai
leader europei agli Stati dell’Unione hanno portato i Paesi dell’eurozona alla
più profonda recessione, con dati macroeconomici molto simili a quelli del
periodo della Grande Depressione negli Stati Uniti, e conseguente aumento dei
tassi di interesse sui titoli di Stato. In molti casi, i problemi di finanza
pubblica che i Paesi si trovano a dover affrontare sono la conseguenza della
recessione: non ne sono stati la causa. Nonostante questo, le risposte di
Berlino sono misure di rigore e austerità ulteriormente recessive». Berlino,
ecco l’origine di quel riflesso pavloviano… ma anche per la Germania cominciano
a palesarsi gli effetti della sua stessa ideologia economica con cui ha tentato
di egemonizzare un interno continente. Vediamo cosa sta iniziando ad accadere
in casa Merkel…
06 MAGGIO SECONDO
LA STAMPA TEDESCA IN GERMANIA, -1,5 MLD
EURO ENTRATE FISCALI IN 2013 A CAUSA INDEBOLIMENTO RIPRESA CONGIUNTURALE
8 MAGGIO GERMANIA: STIPENDIO NON BASTA, A 323.000 FAMIGLIE
SUSSIDIO POVERI
08 MAGGIO GERMANIA, RIVISTE RIBASSO STIME ENTRATE FISCO FINO
2017. NEI PROSSIMI CINQUE ANNI ENTRERANNO 13,2MLD MENO DEL PREVISTO
13 MAGGIO SECONDO UNO STUDIO ERNST & YOUNG , PROSSIMI ANNI DIFFICILI PER
BANCHE TEDESCHE
14 MAGGIO FIDUCIA
IMPRESE TEDESCHE CRESCE MENO DI ATTESE A MAGGIO
15 MAGGIOGERMANIA, PIL PRIMO TRIMESTRE +0,1%. CRESCITA PIU’
DEBOLE DELLE ATTESE
24 MAGGIO GERMANIA, AD APRILE +0,4% ENTRATE FISCO, MENO DEL PREVISTO.
RIDIMENSIONAMENTO PREVISIONI PER NETTO CALO IVA,PEGGIORE DA 2010
29 MAGGIO GERMANIA, +21.000 DISOCCUPATI A MAGGIO. RIALZO
SUPERIORE AD ATTESE. TASSO DISOCCUPAZIONE FERMO A 6,9%
31 MAGGIO GERMANIA: VENDITE AL DETTAGLIO CALANO ANCORA AD
APRILE
3 GIUGNO GERMANIA: FMI TAGLIA STIME PIL 2013 ALLO 0,3% DALLO
0,6% =
6 GIUGNO GERMANIA:
ORDINI INDUSTRIALI IN CALO DEL 2,3% AD APRILE

