martedì 24 gennaio 2012

L'importanza dell'anello debole


A Bruxelles tutti di nuovo attorno a un tavolo, ancora una volta. E ancora una volta in previsione di un nuovo vertice, previsto a fine gennaio. Di nuovo tutti li’ riuniti attorno a un tavolo. L’Unione Europea è un’entità politicamente virtuale, che si fa scudo dell’unità monetaria espressa dall’Euro proprio per non mettere in discussione la sua disomogeneità strutturale: nelle culture, nelle politiche, nelle società, nei sentimenti. Ma l’euro comunque ha unito un continente, anche se soltanto nella parte relativa alle politiche monetarie, e nella crisi attuale la sola unità monetaria basta e avanza a tenere tutti sulla stessa barca, almeno per il momento. Unità monetaria che per continuare ad esistere ha bisogno però di omogeneità politica: nelle scelte, nelle decisioni, ma soprattutto nella condivisione delle cause e degli effetti. Delle azioni e delle reazioni.
Causa ed effetto
Un economista americano negli anni Settanta aveva capito il meccanismo che innescava la ciclicità delle crisi economiche: si chiamava Hyman Minsky. Secondo Minsky il sistema finanziario è  instabile in sé : all'origine di ogni crisi c’è un evento esterno che spinge i soggetti economici (privati, industrie, banche e governi) a credere nell’imminente aumento del valore delle attività, sia reali che finanziarie. Quindi si verifica un’espansione del credito finalizzato ad aumentare i guadagni innescati dall’evento esterno. L’espansione del credito diventa incontenibile per effetto delle spinte speculative e ovviamente corrisponde all’aumento del debito, che inevitabilmente va a impattare sulla fine del fenomeno espansivo. I tassi di mercato variano, la bolla esplode, il panico si propaga. E la crisi è servita.
Nel nostro caso l’”evento esterno” si chiama eccesso di liquidità, che ha portato a impieghi spericolati del denaro disponibile, all’allargamento indiscriminato della base creditizia, all’esplosione della bolla immobiliare con i titoli tossici e i mutui subprime.
Ecco, se L’unione Europea fosse davvero quello che si vorrebbe che fosse, avrebbe dovuto cogliere prima e condividere subito dopo non solo la causa, ma soprattutto gli effetti di uno tsunami all’orizzonte. Avrebbe dovuto congegnare azioni da mettere in atto per non abbandonarsi all’incontenibilità dell’espansione del credito e reazioni per contrastarne le resistenze da parte degli speculatori, ovviamente interessati a un irragionevole quanto innaturale orgasmo finanziario perpetuo. Ma così non è andata. 
La forza dell’anello debole
La probabilità di funzionamento di un sistema equivale alla probabilità di funzionamento del componente più delicato: è la cosiddetta teoria dell’anello debole. Fu elaborata negli anni Cinquanta da un ingegnere svedese, W.Weibull. Grazie alle sue formule matematiche, ancora oggi si calcola l’affidabilità di una molteplicità di cose: da un pezzo di ceramica all’aspettativa di vita media su cui basare l’offerta di polizze vita e vitalizi, fino ai componenti aeronautici e spaziali. Il concetto è semplice, come tutti i concetti rivoluzionari e fondamentali: ogni catena per resistere deve sfruttare la forza del suo anello debole, perché è l’anello debole a tenerla in tensione. Quanto può resistere l’anello debole? E come fare per limitare al massimo la probabilità di collasso?
Appare evidente che il sistema, o la catena se volete, è l’Europa. Altrettanto evidente, in questi momenti di fortissima tensione, quale sia l’anello debole. L’anello debole, colpo di scena, è l’Euro (…quanti hanno pensato “Italia”?). Già, proprio così. Oggi a rischiare è il futuro della stessa Unione Europea. Divisa ideologicamente tra rigore e crescita, con improbabili alchimisti che qua e là (Italia compresa) tentano inutilmente di coniugarli, come se si potesse crescere restando a dieta stretta per anni. Bisognerà fare una scelta, bisognerà correre un rischio, o cogliere un’opportunità, dipende dai punti di vista. Ma non si potrà prescindere dal riconsiderare il ruolo della Banca Centrale Europea, dandole pieni poteri di difesa della valuta e di vigilanza. Magari decidendosi a svalutare l’Euro, portandolo al tasso di parità con il dollaro. Aumenterà l’inflazione? Beh, se l’alternativa è il ritorno alle monete nazionali tutte in ostaggio del supermarco….

lunedì 16 gennaio 2012

Ti faccio un rating così...


L’episodio è illuminante. 10 Novembre 2011, nel pomeriggio all’improvviso Standard and poor’s diffonde la notizia di un taglio di rating della Francia, che così avrebbe perso la tripla A. Sui mercati, ancora aperti, si scatena il terremoto, con un’ondata speculativa sia sui listini europei che su quelli americani. Poche ore dopo arriva la correzione dell’agenzia: la notizia è stata diffusa a causa di un errore tecnico, la Francia conserva la tripla A. Il Commissario economico europeo Olli Rehn interviene, definendo  “impensabile che in una situazione di così grande incertezza dei mercati e di tensione economica internazionale possano verificarsi errori così grossolani”, e decide di aprire un'indagine per comprendere le responsabilità di quanto accaduto. Venerdi 13 gennaio 2012 la stessa Standard and Poor’s stavolta non si sbaglia e il declassamento avviene sul serio: nove stati europei, tra cui Francia, Italia, Spagna e Portogallo e Austria, vengono retrocessi. Parigi perde, stavolta sul serio, la tripla A; stesso destino per Vienna, Roma passa in serie BBB+ da A.  Il sei agosto 2011 S&P si era espressa anche sugli Stati Uniti, declassandoli e facendo perdere a Washington la tripla A, cosa mai successa nella storia. E tutto dopo un faticosissimo iter parlamentare sul debito pubblico. Esattamente come il 13 gennaio: arriva il declassamento a catena proprio nel pieno di un negoziato difficile, ostico e non indolore sulla gestione dell’enorme debito sovrano degli Stati membri. Il 16 gennaio, lo stesso Olli Rehn torna a tuonare: “Le agenzie di rating non sono istituti di ricerca imparziali ma hanno i loro interessi e svolgono il loro ruolo molto in linea con il capitalismo finanziario Usa”. Qualcuno ha fatto soldi dalla «destabilizzazione», ha detto Rehn che già venerdì 13 gennaio aveva definito «aberrante» la scelta di S&P's di declassare mezza eurozona.
Insomma, le agenzie di rating servono o no? Sono da considerare buone quando emettono giudizi positivi e cattive quando i giudizi sono negativi? Sono imparziali o sono uno strumento nelle mani di chi, di fatto, tiene in pugno le sorti finanziarie del mondo occidentale? La risposta sarebbe facile, ma anche no. Ciò che è certo è che le agenzie di rating, così come sono strutturate, ormai rappresentano un’anomalia tanto palese quanto insostenibile. Le agenzie di rating, che vivono e prosperano attraverso contratti miliardari per valutare l’affidabilità di soggetti pubblici e privati, sono società quotate. E sono società private, indipendenti formalmente, ma non di fatto, visto che sono slegate da enti terzi come le banche centrali, il Fondo Monetario Internazionale, ecc. La loro stessa composizione societaria mette i brividi, con intrecci percentuali che in ogni paese europeo sarebbero immediatamente sanzionati dall’Antitrust. Insomma, Standard & Poor's e Moody's, le maggiori società di rating del mondo, che con un downgrade possono scatenare reazioni a catena nei mercati e portare a scelte politiche con pesanti effetti economici e sociali, sono controllate dagli stessi grandi investitori che non esitano ad attaccare Stati e imprese quando si diffondono anche solo voci su possibili tagli dei rating. Negli Stati Uniti, dopo il “fattaccio” del 6 agosto 2011, è in corso un’indagine federale durissima: S&P avrebbe commesso sugli Usa un errore di 2000 (duemila!!) miliardi di dollari. Anche da noi si indaga, con la Procura di Trani che ha ipotizzato i reati di aggiotaggio e turbativa dei mercati proprio verso Standard and Poor’s, in occasione di un giudizio dato sul debito italiano a mercati aperti e subito smentito da tutte le istituzioni pubbliche nazionali e internazionali.
Dice Bernard Henry Levy, filosofo e giornalista francese: “Bisogna anche sapere che questi gruppi sono remunerati secondo modalità che metterebbero fuori legge qualsiasi altro tipo di protagonista economico. Sono pagati da clienti che essi stessi dovranno valutare. Consigliano le banche sul modo di strutturare prodotti che, una volta messi sul mercato, essi stessi dovranno giudicare. Più tali prodotti sono complessi, più sono «derivati» o «cartolarizzati», più si è vicini, in altri termini, ai famosi attivi «tossici» che furono all’origine dell’attuale depressione, più i piccoli signori delle agenzie fatturano e si arricchiscono. Tradotto in linguaggio semplice, questo vuol dire essere giudice e giudicato. O pompiere e piromane. Siamo al limite della peggiore confusione dei generi, se non del traffico d’influenza più sfrontato. Questi incompetenti sono anche disonesti che vengono meno a tutte le regole della buona governance e del fair play. Un dirigente che falsifica i conti della propria azienda va in prigione. Un responsabile di Standard & Poor’s, che con un battito di ciglia inconsiderato crea l’effetto, quasi meccanico, di mandare in rovina milioni di persone, non sarà mai punito. Giuridicamente, la sua «nota» dipende da un’«opinione».”

venerdì 13 gennaio 2012

Certo, certissimo, anzi probabile


Commercio, carburanti, taxi, professioni, energia, servizi pubblici locali, farmacie. Sono i punti che delimitano il perimetro del progetto, indubbiamente ambizioso, che si traduce nella nuova parola magica da evocare per invocare un cambiamento purchè sia: liberalizzazioni. Liberalizzare di per sé non è una brutta cosa: in fondo, tagliando vincoli che qua e la’ hanno generato indubbi privilegi, si genera inevitabilmente concorrenza. Più concorrenza genera a sua volta quello spirito di competizione che porta a fare offerte migliori, sempre più innovative, quindi alla fine più convenienti sia per l’utente che per il consumatore. Aggiungendo, a questo, che una concorrenza vera su un mercato veramente competitivo alla fine produce nuovi posti di lavoro, nuove professionalità, nuova linfa per l’indotto. Insomma, contribuisce a produrre più benessere. Il buon esempio della liberalizzazione del settore telefonico è sotto gli occhi di tutti. Peccato che sia l’unico esempio. Peccato che i principi ispiratori delle liberalizzazioni in Italia si siano tradotti molto spesso in sonore fregature. Peccato che, essendo l’Italia il paese in cui è impossibile fare rivoluzioni “perché ci si conosce un po’ tutti”, i bei propositi esposti inizialmente rischiano di restare eterei come i sogni che svaniscono all’alba.
In italia liberalizzare assicurazioni auto, carburanti, gas, trasporti ferroviari ed urbani e  servizi finanziari  è costato alle famiglie quasi 110 mld di euro. Insomma, contrariamente alle aspettative legittime derivanti dal più semplice dei progetti liberalizzatori, prezzi e tariffe sono aumentati per il formarsi di veri e propri cartelli tra le compagnie, più volte denunciate dalla stessa Autorità Antitrust. Oltre che dalla telefonia, qualche vantaggio è arrivato solo dall’apertura del mercato dell’energia, con risparmi effettivi di quasi sette miliardi di euro: In 17 anni, dal 1994 al 2011, ogni famiglia italiana ha dovuto sborsare quasi cinquemila euro in più, quasi trecento all’anno, la metà dei quali imputabili soltanto all’aumento delle tariffe assicurative. L’altra voce che ha inciso pesantemente sui conti delle famiglie italiane è  stata quella dei servizi finanziari (costo dei conti correnti, dei bancomat, commissioni varie, etc.). Non è andata meglio per il gas. Oggi il progetto liberalizzatore parte da due battaglie ideologiche: quella sui tassisti e quella sul commercio libero.
Commercio
Negozi aperti, sempre. Anche di domenica e nei giorni festivi, teoricamente senza limiti di orario. L’immagine evoca le scene di quei film americani dove si vedono drugstore aperti 24 ore su 24. L’idea in effetti affascina più per la comodità di poter trovare un negozio aperto alle 22 che per l’esotismo del progetto in se’. Poi, però bisognerebbe pensare al costo del personale, alla vivibilità in orari notturni (soprattutto per ristoranti, pub e bar), alla sicurezza degli stessi commercianti e ai costi per sostenere l’aumento di polizia e carabinieri in orari serali e notturni. Insomma, più convenienza per il consumatore, ma per gli esercenti che vantaggi concreti porterebbe il progetto? Nessuno sa dirlo, ma sono in tanti a protestare. Intanto nel resto d’Europa i negozi aprono e chiudono a orari fissi.
Taxi
Raddoppio delle licenze e libertà di esercizio su tutto il territorio nazionale. La categoria è sul piede di guerra, fa blocchi selvaggi, mette in ginocchio le grandi città. Raddoppiare le licenze, dicono, significa dimezzare i già risicati guadagni, erosi pure dalle tariffe assicurative e dai costi del carburante alle stelle. Il tempo dirà se hanno ragione o no, resta il dubbio comunque: quanto serve al consumatore raddoppiare le licenze dei tassisti, se poi le tariffe restano bloccate ai massimi e, comunque, di competenza dei sindaci?
Detto questo, il quesito si presenta da solo: l’Italia è pronta per la riproposizione della “lenzuolata 2.0” ? Concorrenza vera e mercato veramente competitivo: siamo una nazione disposta a questo sacrificio, anzi a questa rivoluzione? “In Italia la rivoluzione non si fa: ci conosciamo tutti”, diceva nel 1949 il saggio deputato Crescenzo Mazza. I propositi liberalizzatori di Supermario potrebbero infrangersi miseramente, tra le resistenze incrociate di una moltitudine di categorie che, volenti o no, sono la stragrandissima maggioranza degli italiani. Che, ovviamente, mediamente ogni tre anni vanno a votare per il rinnovo del Parlamento… Monti ce la farà? Certo, certissimo, anzi probabile.

domenica 8 gennaio 2012

Resa dei conti o i conti della resa?


Archiviato il 2011 come l’anno del tracollo finanziario e della speculazione distruttiva, il 2012 si preannuncia come l’anno decisivo. Quello delle risposte a tutta una serie di domande che confluiscono in una sola: l’Euro ce la farà a vedere il 2013? Questo blog nasce con il tentativo di analizzare uno scenario, tentativo indispensabile per cercare di capire tutte le altre questioni che a cascata ne conseguono, fin dentro i nostri portafogli. Questioni che, peraltro, sempre in questo blog si cercherà di affrontare nella maniera più chiara possibile.
Inutile girarci intorno: è in atto una guerra. Un conflitto mondiale che ancora una volta si gioca sul campo europeo, anche se stavolta senza cannoni e carri armati. L’obiettivo finale è distruggere l’Euro, moneta forte di un continente debole, che ha preferito nascondere le proprie magagne e la propria desolante debolezza strutturata sulle mille divisioni nazionali, dietro lo scudo monetario di una divisa tanto solida quanto evidentemente fin troppo aggressiva e, quindi, potenzialmente pericolosa per quella che un tempo era la moneta di riferimento (il dollaro), per il suo referente europeo (la sterlina) e, soprattutto, per la divisa dei nuovi ricchi, padroni del 40% del debito americano (lo yuan cinese). Le guerre mondiali durano anni, e questa non fa eccezione, ma il 2012 sarà l’anno della resa o della resa dei conti? Se il buongiorno si vede dal mattino, beh, c’è poco da stare allegri. Cominciamo dallo spread: è la dimostrazione plastica del fallimento politico del progetto Euro. Mi spiego: lo spread è la differenza di rendimento tra i titoli tedeschi, presi come riferimento virtuoso in Europa, e il resto dei titoli di stato continentali. Ebbene, l’oscillazione pericolosa e sempre verso l’alto dello spread italiano, ma anche francese, belga, austriaco, spagnolo sta a dimostrare l’esistenza di fortissime speculazioni sui titoli di stato da parte di potenti soggetti privati. E questo significa che ci sono elementi che, disinvestendo intenzionalmente sui titoli di stato, stanno mettendo a rischio le economie proprio di quelle nazioni che sorreggono l’Euro. E qui si palesa il paradosso: quanto è servito avere una moneta unica mantenendo, però, 17 titoli di stato diversi? Quando, infatti, a speculare erano gli Stati, si svalutava la moneta nazionale per rendere più competitiva la produzione, insomma si speculava sulla svalutazione per potenziare la crescita e rendere il debito pubblico più sostenibile a medio e lungo termine. Con la moneta unica, chiunque invece può speculare sui titoli di stato con il risultato, però, di spingere le singole economie in posizione prona, in ginocchio. Perché i titoli di stato sono il finanziamento del debito pubblico e il loro valore rappresenta la credibilità delle singole economie a sostenere quel debito. Con i titoli di stato sotto pressione, vanno in fibrillazione anche le banche, che di quei titoli hanno la pancia piena. Le agenzie di stampa avvertono: “da Spagna a Francia e' allarme banche europee. Rischi ricapitalizzazioni e salvataggi; Madrid, servono 50 mld: dalla Spagna arriva un nuovo allarme bancarotta, l'Ungheria e' sull'orlo del tracollo finanziario, in Gran Bretagna si profila un drastica stretta sul credito e anche in Francia barcollano i grandi istituti come Socgen, Bnp Paribas e Credit Agricole, dopo l'accoglienza non entusiastica dell'asta di titoli di Stato a lungo termine. La crisi invischia tutto il settore bancario europeo e basti pensare come - sull'onda del caso Unicredit - anche Deutsche Bank sia andata giu' in Borsa solo per le voci di un aumento di capitale.”
Insomma, le banche cominciano a perdere liquidità ed ecco intervenire la Bce con iniezioni poderose a interessi stracciati. Ma non basta, quel denaro messo in circolo a buon mercato a favore delle banche affinchè tornino a fare il proprio mestiere e cioè il credito, non viene usato: viene accantonato. E sapete perché? Perché l’ente bancario europeo ha imposto a quelle banche di ricapitalizzarsi per sostenere il peso della crisi. Insomma, da una parte l’Europa con la Bce dà, dall’altra con l’ente bancario europeo toglie: un cortocircuito. E tutto per non aver adottato, insieme all’euro, l’Eurobond, il titolo di stato europeo che avrebbe blindato il continente. Ma l’Eurobond significa unione fiscale; unione fiscale significa unione di bilancio; unione di bilancio significa unione politica. Unione politica significa governo sovranazionale con poteri esecutivi subordinati demandati ai governi locali. Ecco, siamo arrivati al punto, il punto debole individuato da chi tiene nel mirino l’Europa e la sua unione di zucchero filato. Ecco lo scenario, obbligatorio, con cui si apre questo blog: l’Europa se vuole davvero salvare se’ stessa e la sua moneta unica deve scegliere tra la peste e il colera: tra la malattia mortale degli egoismi nazionali (a cominciare dalla Germania e dalle sue pretese egemoniche giustamente maldigerite) e la malattia curabile dei sacrifici, ma divisi equamente. Una volta per tutte.