mercoledì 20 marzo 2013

Carta vince carta perde: la signora della truffa


Prima metà del 2011: si verifica un alto rendimento dei Bund (3,28%, btp italiani 4,8%, spread 152), a cui si deve aggiungere il dubbio valore dei titoli tossici e delle perdite sui titoli greci nei portafogli delle banche tedesche per almeno 150 miliardi di euro. Scatta la tensione nel sistema finanziario privato a Berlino. A questo punto la reazione è immediata e irresponsabile: le banche tedesche, probabilmente con l’appoggio implicito del proprio governo, decidono di trasferire la crisi potenziale del loro sistema bancario privato e del loro connesso debito sovrano sui paesi considerati più deboli dell’eurozona. Come? Vendendo e dando indicazioni generalizzate di vendita dei titoli pubblici di questi Stati, soprattutto Grecia, Italia e Spagna, sul mercato secondario. E scoppia la fase due della “peggiore crisi dal 1929”: i rendimenti dei titoli pubblici italiani, spagnoli e greci si impennano sul mercato delle aste. Solo Deutsche Bank a giugno 2011 si libera di 8 mld di euro in BTP italiani. Quindi, di fatto succede che, vendendo senza sosta titoli pubblici di Italia, Grecia e Spagna, simmetricamente migliora il rendimento dei Bund tedeschi, che diventano titoli rifugio in Europa. Non solo, ma acquistano anche un potere contrattuale senza precedenti che mette nelle condizioni la Germania di Angela Merkel di egemonizzare le politiche economiche dell’eurozona, determinando solo per Berlino il verificarsi delle condizioni di una crescita economica costante ed esponenziale. Così, la Germania è passata dall’entrare in una crisi finanziaria a una vittoria sul campo sia nella finanza privata che in quella pubblica: con una truffa. Nel frattempo a leccarsi le ferite, preso in contropiede e tramortito, è il resto d’Europa, quello manifatturiero, quello che produce, innova, crea ed esporta, con un crollo dei consumi interni senza precedenti e un indice di disoccupazione continentale ormai al 12%, un record. E l’impasse rischia di durare fino a settembre 2013, data delle elezioni tedesche. La teoria dei compiti a casa divulgata in malafede da Angela Merkel si è dimostrata ovviamente sbagliata e recessiva e sono state svelate le conseguenze negative che essa ha portato, in termini di economia reale nei paesi sottoposti a cure rigorose molto ben oltre il dovuto. Ma anche in termini di blocco di trasmissione della politica monetaria, che la Banca Centrale Europea a guida Mario Draghi ha cercato di far convergere progressivamente verso l’impostazione espansiva adottata dalle altre banche centrali mondiali. Con l’opposizione, indovinate di chi? Della Germania di Angela Merkel e del Governatore della Bundesbak Weindmann.

LA LEZIONE DI DAVIDE E L'EUROMARCO

“Paesi virtuosi. Un confronto fra debiti pubblici in Europa”
della fondazione tedesca Stiftung Marktwirtschaft su dati 2010

Un tiro di fionda e il gigante, minaccioso e terribile, è abbattuto, vinto. Sconfitto contro ogni previsione, per la pochezza del suo  piccolo avversario, ritenuto sfacciatamente irrilevante e residuale per costituire un pericolo. e invece quel nanetto il gigante lo ha guardato negli occhi, ha preso la mira e con l'unico colpo  a disposizione della sua fionda lo ha messo a terra. La parabola biblica di Davide contro Golia si è ripetuta in pieno Mediterraneo, dove per Davide si deve leggere Cipro e per Golia la Germania che si crede Europa, o l'Europa che non ha il coraggio di non credersi Germania. Ma la differenza è irrilevante, a dispetto dell'inaccettabile egemonia esercitata su un intero continente dallo stato tedesco. Cipro, da parecchi mesi al centro delle preoccupazioni per il pericolo di default che lo riguarda, con il suo parlamento ha bocciato senza appello - 36 voti contrari, 19 astenuti, nessun sì - il controverso piano di salvataggio proposto da Ue e Fmi, che prevedeva un prelievo forzoso straordinario sui depositi bancari ciprioti per un totale di 5,8 miliardi euro. Il no di Nicosia rimette in discussione l'aiuto economico per un totale di 10 miliardi di euro di cui il paese ha disperatamente bisogno soprattutto per ricapitalizzare le proprie banche ed evitare la bancarotta. Ma invia anche un chiaro  messaggio ai partners europei e internazionali di non voler sottostare ad una operazione percepita come un "ricatto" tedesco. Ecco, è solo una percezione, quella del parlamento di Nicosia e della gente di Cipro? Oppure deve essere considerato solo una caso che l'ammontare del prelievo forzoso sui conti correnti ciprioti fosse uguale in maniera sconcertante all'importo dell'esposizione delle banche tedesche con Nicosia? La decisione di Cipro, ovviamente è stata definita irresponsabile dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, mentre l'Eurogruppo prudentemente si è mantenuto disponibile comunque agli aiuti. Ma il prelievo forzoso deciso di imperio sui conti correnti dei ciprioti è stato, forse, lo scivolone decisivo per la tenuta dell'Euromarco: tutti i mercati mondiali sono crollati 24 ore dopo la decisione, con i titoli bancari in profondo rosso: molto più che reale la possibilità che quel provvedimento, rappresentando un pericolosissimo precedente, potesse innnescare un effetto contagio (leggasi prelievo forzoso a catena) su paesi come l'Italia, la Grecia, la Spagna, ma anche la Francia (che comincia a vacillare pericolosamente). Con il conseguente, comprensibile e devastante effetto della fuga di capitali verso altri lidi.
"Stupida": così la decisione di Ue e Fondo Monetario Internazionale (su imposizione tedesca) è stata definita all'unanimità da tutti gli analisti finanziari. "Stupida" perchè? Perchè, dicono tutti gli osservatori internazionali, su Cipro si sarebbe potuto intervenire molti mesi fa senza alcun problema. Esattamente come nel caso greco, affrontato con due anni di ritardo e a condizioni devastanti per il popolo ellenico, ma anche per il resto d'Europa, costretto a svenarsi per tamponare una falla che due anni prima era soltanto una crepa. Col risultato che lo svenarsi ha prodotto un aumento delle tasse a livelli ormai inaccettabili che, unito alle politiche di austerità, ha fatto avvitare un intero continente: solo l'Italia ad oggi ha versato 43 (quarantatre!) miliardi di euro al Fondo Salvastati. E anche la Germania comincia a scricchiolare sinistramente: la locomotiva non tira più come ai bei tempi, i contratti di solidarietà schizzano a livelli record e il furbo metodo di rendicontazione del bilancio statale (che non contempla i debiti per il welfare e la sanità, in capo ai Lander) comincia a svelare che, se a Berlino facessero come a Roma, il rapporto debito/pil sarebbe del 185% e l'Italia (incredibile ma vero) col suo 127% sarebbe il Paese più virtuoso d'Europa. E, se si analizzano i dati del 2011 su 2010 (come nella foto sopra), i numeri sarebbero più o meno gli stessi. Appare sempre più chiara l'ineludibilità del duello tra austerità e crescita, ma uscendo da un equivoco di fondo: che l'austerità non sia imposta direttamente o surrettiziamente per consentire la crescita di un solo paese, la Germania. O, peggio, per dare il tempo a Berlino di sistemare i sui conti a spese nostre per evitare un default incredibilmente già scritto e tenuto nascosto. I numeri e i fatti hanno inequivocabilmente dimostrato che di austerità di muore e l'economia italiana, comunque tenace nella sua voglia di restare viva, sta morendo, strozzata anche dall'insipienza di una classe politica che non riesce ancora a capire la valenza oggettiva che il voto al Movimento 5 stelle rappresenta: l'ultima chiamata alla riconquista della dignità di Stato verso i suoi cittadini e di Nazione nei confronti di un'Europa in cui sarebbe meglio restare. Magari facendo uscire la Germania. O mettendola in castigo, inducendola a non sentirsi Europa, ma semplicemente a farne parte, come tutti gli altri Stati, con la stessa dignità.