domenica 9 dicembre 2012

UN ANNO SUI MONTI


Il 16  novembre di un anno fa si insediava il governo dei tecnici sorretto dalla “strana maggioranza” (pdl, pd, udc), come il premier scelto Mario Monti la definì da subito. Un governo tecnico che è durato poco più di un anno e sicuramente (ma non sorprendentemente e poi vi spiegherò il perché) meno delle previsioni. Un governo di “riservisti della Repubblica”, chiamato in servizio  dal capo dello Stato Napolitano sulla spinta veemente, sia endogena che esogena, di un variegato, complesso e composito fronte politico economico istituzionale transnazionale, convergente però nell’individuare nell’operato del governo precedente, i prodromi di un rischio di implosione economica e finanziaria dell’Unione Europea. Debito pubblico alle stelle, deficit fuori controllo, produttività ai minimi storici, competitività delle imprese praticamente azzerata, coesione sociale a rischio: tutti fattori che fecero un anno fa dell’Italia il malato grave da mettere al più presto sotto tutela. Mentre la Spagna affondava e continuava ad affondare e la Grecia veniva accompagnata crudelmente al patibolo ritardando di due anni la decisione di erogare aiuti economici in cambio di un percorso virtuoso e doloroso di rientro dallo stato di pre-default. Agenzie di rating scatenate, speculatori privati che martellavano la qualità del nostro debito pubblico disfacendosi dei nostri Btp (a cominciare dalle banche tedesche e dai fondi americani) e facendo schizzare lo spread (il differenziale di rendimento tra i nostri titoli decennali e quelli di riferimento tedeschi che determina di fatto il costo degli interessi che lo Stato paga sul suo debito) a livelli mai visti prima. E creando di fatto un circolo vizioso con inevitabili ripercussioni politiche interne e altrettanto inevitabili, anche se in alcuni casi sorprendenti, risvolti esterni, come la quasi pregiudiziale indisponenza nei confronti dell’Italia, persino tra sorrisetti, ammiccamenti e colpi di gomito tra capi di stato. Insediatosi, il governo Monti, il governo dei tecnici ostentatamente lontani da quella politica pasticciona che nella vulgata aveva prodotto il disastro, pur sorreggendosi con i voti di quella stessa politica, dopo un anno, di politica ne ha fatta ben poca. E, a ben vedere, anche dei tre principi fondanti la sua costituzione (rigore, equità e sviluppo), è rimasta poca cosa. Come oggettivamente scarsa si è rivelata la qualità della rinnovata presenza internazionale italiana, certamente più sobria e meno teatrante rispetto a prima, ma comunque irrilevante rispetto a un anno fa. Il Mario decisivo, infatti, non è stato Monti, ma Draghi, il presidente della Bce proposto dal governo Berlusconi, unico attore vincente e convincente che è riuscito  con la tenacia e la determinazione a mettere un freno alla politica egemonica di una  Germania ossessionata dal rigore altrui per difendere il proprio benessere. Politica che, oggi, si sta rivelando suicida proprio per le prospettive di crescita dell’economica tedesca, che comincia a perdere colpi. E tutto questo in un’Europa di cartapesta, come i set cimenatografici dietro ai quali non c’è nulla. Un’Europa che ha impugnato l’euro come si impugna un coltello, ma al contrario, dalla parte della lama: una moneta unica con diciassette titoli di debito di stato diversi. Una follia che ci ha dato, si, solidità economica, ma che ci ha anche messo nelle mani di speculatori che agendo sui titoli di questo o quello Stato e determinandone in maniera quasi criminale le politiche interne, di fatto tengono in ostaggio un intero continente. Dunque, presenza internazionale scadente: su tutti, i casi dei due marò italiani tenuti prigionieri in India e la conclusione della vicenda sul fondo salvastati, a cui si è arrivati solo grazie alla fermezza del presidente della Bce, capace di annacquare il “nein” di frau Merkel a Mario Monti, ripetutamente rintuzzato nonostante la collateralità (interessata) del nuovo Presidente francese Hollande. Tornando a noi, in un anno di governo Monti sono state varati 7 provvedimenti:
Salva Italia, Cresci Italia, Semplifica Italia, Fisco Semplice, Lavoro, Sviluppo, Spending Review. Denominatore comune, almeno su carta: rigore, equità e sviluppo. Di fatto il rigore è stato il principio dominante, avendo il governo Monti l’impellenza di arrivare al pareggio di bilancio entro il 2013 e di abbattere il debito pubblico da record. Obiettivi falliti: il pareggio di bilancio, forse, si avrà nel 2014 e il debito pubblico si è impennato ulteriormente. Con una curiosa coincidenza: l’ammontare del suo incremento corrisponde quasi alla virgola a quanto l’Italia ha messo a disposizione dell’Europa per partecipare al salvataggio di Grecia, Irlanda e Portogallo(!!).
Mentre Il debito pubblico è aumentato, sia in valori assoluti, sia in rapporto al PIL, il PIL è crollato (-2,4%); la produzione industriale precipita (-7%, confronto su periodo gennaio-luglio 2011/2012); i consumi sono in picchiata (-3,2%, dato 2012 rispetto 2011); e la disoccupazione ha toccato il suo record dal 1994 (11,1%, dato ottobre 2012, + 2 punti percentuali rispetto a settembre 2011). L’attacco al debito pubblico è arrivato essenzialmente dall’aumento dell’imposizione fiscale e in minima parte dalla lotta all’evasione e dalla cosiddetta spending review. Le tasse, includendo Imu, tasse auto e canone Rai, saliranno nel 2012 a 9,9 miliardi, il 94,5% in più rispetto all'anno precedente. La pressione fiscale apparente in Italia potrebbe raggiungere il livello record del 45,8%.
Nonostante la stretta fiscale mirata a ridurre il debito, a fine 2012 si registra un nuovo record per il debito pubblico italiano, che nel secondo trimestre del 2012 è schizzato al 126,1% del PIL. Nel primo trimestre il debito aveva già raggiunto il picco di 123,7%, il più alto dal 1995 quando era al 120,9%. Il debito non cala, anzi aumenta e il reddito disponibile reale pro capite torna ai livelli del 1985 e i consumi reali pro capite a quelli del 1998. In breve, Nel periodo gennaio-ottobre 2012 le entrate tributarie sono aumentate del 4% rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente, ma il gettito IVA si è ridotto del 2%e il 32% delle maggiori entrate tributarie deriva dall’IMU. Di crescita, evidentemente, non sembra esserci traccia, anche perché la FLESSIONE DEL CREDITO PER IMPRESE E FAMIGLIE è aumentata, andando a colpire nell’ambito del panorama produttivo soprattutto le piccole e medie imprese e quelle che non si sono internazionalizzate. l’irrilevante aumento del gettito derivante da IRE e da IRES, poi, segnala lo stallo dei redditi di persone fisiche e imprese. Insomma, l’aumento della pressione fiscale ha comportato il blocco del lavoro e della produzione.
Ma non si rintraccia nemmeno l’equità, come stanno a dimostrare due riforme epocali: quella delle pensioni, con il pasticcio degli esodati e l’allungamento indiscriminato dell’età pensionabile e la riforma del lavoro con troppa flessibilità in uscita, troppo poca in entrata e un silenzio imbarazzante sull’attuazione del virtuoso combinato disposto scuola-lavoro. Un anno sui Monti, troppo poco. O, semplicemente, troppo?