trascrizione di un mio intervento a convegno economico 13 giugno 2013.
Per capire quello che
potrebbe succedere da qui a qualche mese, dobbiamo attendere il 22 settembre quando
la Germania andrà a votare. Tutta l’Europa, a cominciare dai Paesi del
Mediterraneo, attende in uno stato di sospensione generale. Non si prendono
decisioni coraggiose a medio e lungo termine in attesa del risultato delle
elezioni in Germania. Un risultato che non è poi così scontato viste le grandi
difficoltà interne in cui si barcamena la signora Merkel.
6 giugno 1944: Partiva l’operazione Overlord,
lo sbarco in Normandia. La Germania, per la seconda volta in 30 anni, venne
sconfitta militarmente da una coalizione che spezzò la mai sopita voglia di
pangermanismo da parte della nazione tedesca sull’Europa e sul mondo. La Germania
all’epoca era alleata con l’Italia che si sfilò prima della sconfitta.
6 giugno 2013: Comincia a
circolare la voce, sempre più insistente, non confermata ma neanche smentita,
sull’eventualità, sempre più probabile, che la FED, la Banca Centrale Americana,
possa cominciare a comprare in maniera massiccia i titoli di Stato italiani e
spagnoli. Le coincidenze hanno un loro valore secondo me dal punto di vista
storico perché noi oggi in realtà stiamo vivendo gli ultimi mesi della Terza
Guerra mondiale. Una guerra che si sta
combattendo con le valute, con l’economia, con la forza dei muscoli della
finanza e che, anche se con numeri molto più bassi rispetto a 69 anni fa, sta
facendo comunque macerie e morti. Qual è lo scenario? La crisi americana,
quella dei titoli subprime, è finita tra il 2008 e il 2009. L’economia americana ha cominciato
lentamente, tra grandissime difficoltà, a risalire, fino ad avere oggi, grazie
anche alla politica aggressiva della Federal Reserve, dei fondamentali molto
promettenti. Tra il 2008 e il 2009 è successo che ancora una volta la Germania,
approfittando di un momento di debolezza, così come era accaduto 69 anni fa, ha
tentato per la terza volta di egemonizzare il continente. Lo ha fatto con la
leva finanziaria. Lo ha fatto, secondo me, con una truffa. Tra il 2008 e il
2009 il bund tedesco ha cominciato a perdere valore perché le banche regionali
tedesche, che sono quelle che detengono la maggior parte del credito in
Germania, erano piene di titoli tossici. La Germania ha quindi dato il via
libera alle proprie banche, a cominciare dalla Deutsche Bank, per vendere
massicciamente BTP italiani, bonos spagnoli e titoli greci. Lo spread va alle
stelle. A dover preoccupare, come ha preoccupato, è stato l’aumento dei tassi
di rendimento dei titoli italiani, spagnoli e greci. Ovviamente, vendendo
titoli di altre nazioni si è apprezzato il bund e la Germania, forte di questa
azione violenta e immediata, da guerra lampo, pensava di aver chiuso il cerchio
e di poter tenere l’Europa stretta nella morsa del ricatto del rigore. E c’è riuscita,
almeno fino a un certo punto. Oggi le cose stanno cambiando e la Germania
comincia ad avere delle serie difficoltà. Gli americani, stavolta con i
giapponesi e con gli inglesi, hanno deciso di intervenire e lo hanno fatto un
po’ più di un anno fa con un programma di immissione di liquidità massiccia per
tornare a crescere. Cosa significa? Noi abbiamo la BCE che non può intervenire
direttamente con la stampa della moneta ma con l’acquisto dei bond dei Paesi in
difficoltà, come ha fatto nel programma OMT. Invece la Banca Centrale inglese,
la Banca nipponica e la Federal Reserve hanno deciso di iniettare enormi
quantitativi di denaro nelle proprie economie. Addirittura il Giappone ha
deciso di iniettare 1400 miliardi di dollari in un anno sui mercati, una cifra
abnorme. Da quando queste decisioni sono diventate veramente operative dal
punto di vista finanziario, il famoso spread ha cominciato a calare perché
queste operazioni hanno consentito l’acquisto dei bond dei cosiddetti Paesi in
difficoltà che hanno un rendimento alto e discretamente conveniente. In realtà
quello che queste tre banche centrali perdono con l’immissione di liquidità lo
recuperano con i rendimenti dei bond che acquistano. Questo è il famoso contrattacco
alleato che si è esplicitato ancora di più appunto il 6 giugno di quest’anno
quando dalla Federal Reserve hanno fatto circolare la notizia che sono pronti
ad acquistare una grossa fetta del debito italiano. Agli Stati Uniti fa comodo
avere un partner europeo comunitario. Nel primo trimestre del 2013 l’import
americano dall’Italia è aumentato del 6%. Hanno tolto i dazi e anche questa è
un’azione di una guerra che sta per concludersi. Agli Stati Uniti non fa comodo
anzi temono un partner europeo egemonizzato da una sola nazione perché diventa
un rivale. Lo stesso dicasi per il Giappone che è un’altra potenza che esporta
molto anche in Cina la quale si sta sganciando dalla Germania perché ha capito
il pericolo che incombe e perché detiene il 40% del debito americano. La
Germania, in conclusione, dovrà fare i conti con le sue stesse politiche e con
il suo mai sopito desiderio di egemonizzare l’Europa. Questa Terza Guerra
mondiale, che si gioca sul terreno della finanza e dell’economia, si esplicita attraverso
i numeri. Sulla Germania cominciano a cadere le prime bombe dei vari
contrattacchi. E si capisce guardando le notizie tra maggio e giugno. Le entrate fiscali nel 2013 calano di 1,5 mld di euro. Lo stipendio non basta: a 323.000 famiglie
tedesche va il sussidio per i poveri. Sono riviste al ribasso le stime delle
entrate del fisco fino 2017.
Nel frattempo però la Germania
attacca la Francia, altro Paese che ha capito il disastro a cui stava andando
incontro e si è tirato indietro con Hollande, facendo asse con l’Italia che,
dopo Monti, ha capito che non era più il caso di soggiacere alla politica del
rigore a prescindere. Rigore a prescindere che, se non è legato almeno a un
principio di crescita, porta recessione. In pratica il malato guarisce ma muore
dunque muore in perfetta salute.
In sei anni la competitività
dell’Italia è scesa del 5%, in Germania è salita del 6% quindi abbiamo un gap
dell’11% con la Germania. E non soltanto l’Italia.
Sale il surplus commerciale a
marzo in Germania. L’export è a +0,5%. I lavoratori metalmeccanici minacciano
un grande sciopero e alla fine ottengono l’aumento nel rinnovo contrattuale.
Esce uno studio della
Ernst & Young che dice che i prossimi saranno anni difficili per le banche
tedesche. L’indice ZEW, che misura la fiducia delle imprese tedesche, cresce molto
meno delle attese. Intanto in Giappone il fattore Abenomics fa volare il Pil.
Il fattore Abenomics è la politica economica del premier Shinzo Abe che ha deciso,
come gli americani, e suppongo in accordo con gli americani e con gli inglesi,
di emettere 1.400 miliardi di dollari in un anno, più di 85 miliardi di dollari
al mese, per risollevare l’economia. Quindi il Pil è schizzato a +4%, la
disoccupazione è calata a ritmi impensabili, i consumi interni sono aumentati e
tutto nel giro di meno di un anno.
Nel frattempo Berlino continua a dire che la strada del
rigore non si può abbandonare per tornare a crescere perché i conti pubblici
sono il dogma che bisogna rispettare e da cui non bisogna derogare. E’ tutto
vero, peccato che la Germania, se mettesse tutto nel suo bilancio dello Stato,
cosa che non fa e che invece si trova nei bilanci dei Lender, avrebbe un
rapporto debito-Pil del 190%. Noi col 130% saremmo i più virtuosi in Europa.
Ad aprile in Germania -0,4% delle entrate del fisco, +21.000
disoccupati a maggio. Intanto si comincia a parlare di allentamento della morsa
dell’austerity in Europa. La Commissione europea ogni tanto si riprende e parla
di crescita per ritornare subito sui suoi passi al primo richiamo del ministro
dell’economia tedesco. In Germania calano anche le vendite al dettaglio (-0,4%)
ed è costretta a fare i conti con la sua politica del rigore. Ovviamente
pretendendo il rigore per tutti, alla fine il mercato di riferimento tedesco, che
è quello europeo, viene meno.
E tutto perché la
Germania ha voluto, ancora una volta, egemonizzare politicamente e a livello di
etica della politica un continente che è composto da 17 Paesi in cui si usa
l’euro e da 27 Paesi che rientrano nei confini dell’Unione europea. E ancora
una volta, per la terza volta nel giro di un secolo, la Germania perderà anche
questa guerra.
Il 3 giugno il Fondo
Monetario Internazionale, lo stesso che fino a un certo punto è stato al fianco
della Germania nel perpetrare il rigorismo a tutti i costi, ha tagliato le stime
del Pil 2013 allo 0,3% dallo 0,6% e gli ordini industriali sono in calo del
2,3% ad aprile. Questo vuol dire che la guerra in atto sta per concludersi
perché non è più sostenibile la politica del rigore fine a se stesso e nemmeno
l’azione opaca della Germania, perpetrata per difendere il valore dei
propri bund e per nascondere i debiti colossali delle banche regionali. Non a
caso la Germania vuole la vigilanza bancaria solo sugli istituti sistemici e non
su tutte le banche perché in questo secondo caso verrebbero portate alla luce
tutte le magagne e finirebbe a gambe all’aria nel giro di una settimana con una
probabile uscita dall’euro. Oppure la Germania si deve convincere, una volta
per tutte, con tutti i paracadute che si potranno trovare, ad adottare gli
eurobond. Sugli eurobond c’è una condivisione, anche abbastanza
sorprendente, tra quello che pensava Tremonti e quello che ritiene Draghi. Da
quando l’euro è entrato in vigore siamo davanti alla contraddizione di avere
una moneta unica e 17 titoli di Stato diversi. Dunque la Bce non può emettere
moneta e quindi non può fare svalutazione competitiva che però non è nemmeno più
in mano agli Stati. La speculazione è in mano ai privati che sono i maggiori
detentori dei titoli di Stato insieme a banche, Fondi di investimento e Fondi
sovrani. Gli Stati europei sono praticamente ricattati da quei soggetti che,
non avendo un interesse nazionale, ovviamente fanno gli interessi dei privati.
Bisogna uscire da questa contraddizione. Si potrebbe ritornare alle monete
nazionali. Questa soluzione, sostenuta anche dal premio Nobel dell’Economia
James A. Mirrlees, potrebbe essere utilizzata come spauracchio per la Germania
ma francamente, seppur suggestiva e affascinante, non sembra praticabile.
Invece sarebbe conveniente fare questi benedetti eurobond cioè un titolo di
Stato europeo in cui ognuno ci mette del suo. Tutti, Germania compresa. Per
fare l’eurobond ci vuole unità politica in Europa, cosa che oggi non c’è. Ecco
perché, e torniamo all’inizio, siamo tutti in sospensione, stiamo tutti
aspettando il 22 settembre.
Questo lo scenario
internazionale a cui è direttamente collegato quello nazionale. Tutti i nostri
indicatori sono in rosso fisso: siamo in recessione per il settimo trimestre
consecutivo, la produzione industriale è giù per il 20° mese consecutivo,
l’export si sta fermando ed era l’unico settore col segno + davanti. C’è stata
una piccola boccata d’ossigeno con lo sblocco dei debiti della pubblica
amministrazione voluta dal Governo che è stata spacciata come una misura
anticiclica ma in realtà è una misura di buona educazione. Bisogna poi vedere
quanto di questi soldi torneranno alle imprese e quanto invece verrà dirottato
ai curatori fallimentari o alle banche. Dobbiamo uscire da questa camicia di
forza del rigore, dobbiamo tornare a crescere e quindi non giudico
negativamente il risultato delle ultime elezioni politiche. Certo un po’ mi
preoccupa quello che ha detto Draghi quando, all’indomani del risultato delle
urne, ha detto di stare “tranquilli, abbiamo il pilota automatico”. Questo non è un buon segno. Vuol dire che la
sovranità degli Stati è finita. Il dover tranquillizzare il resto d’Europa sui
risultati elettorali italiani vuol dire che c’è qualcun altro che decide e
pensa per noi.
Si può uscire da questa
fase? Sì, secondo me si può fare innanzitutto attraverso una presa di coraggio
da parte della nostra classe politica. Quello che è successo a febbraio è
l’ultima chiamata per la politica. E lo è non perché Grillo ha preso il 25% ma
perché c’è un elettore su tre, se non di più, che non è andato a votare. In
Gran Bretagna è nato un partito che si chiama Ukip, presieduto dal parlamentare
europeo Nigel Farage, che ha preso il 25%
alle amministrative. Un exploit come quello di Grillo in Italia. Il loro motto
è “Amiamo l’Europa, odiamo l’Unione
europea”. Mentre nei Paesi anglosassoni l’astensione, anzi l’astinenza, è un
fatto strutturale che si è sedimentato nel tempo, da noi è stata brusca. Da
un’elezione a un’altra il dato degli italiani che non sono andati a votare è
raddoppiato. Astenuti che si sono confermati anche alle amministrative.
Non c’è una lira. Ce lo
dicono tutti i giorni. Il ministro per lo sviluppo economico Flavio Zanonato ha
detto che non ci sono soldi per Imu e Iva. Detto questo, però si può tornare a
investire con azioni anticicliche avendo il coraggio di rivedere la spesa
pubblica. Ci sono sprechi enormi, anche nel sistema di detrazioni e deduzioni fiscali,
dai 20 ai 25 miliardi, che potrebbero essere rimessi in circolo. Bisogna
tagliare non in maniera lineare ma in maniera selettiva. Però bisogna avere il
coraggio di farlo. Toccare delle voci significa toccare degli interessi. Questa
è l’occasione. Se non lo fa questo Governo di larghe intese, dove
all’opposizione fittizia ci sono soltanto Lega e Sel e all’opposizione vera il M5S,
non vedo francamente chi potrà farlo in futuro. Poi bisognerà avere anche il
coraggio di mettere mano alla Riforma Fornero che, per ammissione dello stesso
ex ministro del Welfare, ha determinato la difficoltà a entrare nel mondo del
lavoro. Non solo. Si è fatto tanto parlare dell’accoppiata scuola-lavoro senza
poi tradurlo in fatti.
L’altra sfida che questo
Governo deve superare è l’ideologia legata al posto fisso, per passare al
concetto di posto stabile dando la garanzia ai lavoratori che professionalità
ed esperienza porteranno a fare lo stesso lavoro fino alla pensione, anche se non è
detto che lo facciano nella stessa azienda. Questo significa sbloccare il
mercato del lavoro e di questo bisognerà convincere anche i sindacati. Soprattutto, bisogna avere il coraggio e la sfrontatezza di
decidere, Germania o non Germania, che le nuove assunzioni devono essere
defiscalizzate.
Resta anche il problema
del credit crunch. L’Italia ha consolidato la propria posizione di terza
economia europea grazie all’apporto del sistema bancario che oggi, però, si è
quasi praticamente azzerato nonostante quello che dice l’Abi. Bisogna riportare
le banche a fare credito ma questo è un problema che bisognerà affrontare in
sede europea. Intanto per defiscalizzare le nuove assunzioni bisognerebbe fare
ricorsi ai fondi europei non utilizzati e assegnati. E’ un delitto tenere
immobilizzati decine di miliardi di euro. Il problema interno, che è dovuto a
una situazione di scenario, è un problema che ha due corni: il primo è quello
del rigore e il secondo è quello della crescita. Il rigorismo messo in atto
dall’Italia, come ha detto lo stesso Squinzi, è stato fine a se stesso e alla
fine ha danneggiato le possibilità di ripresa del Paese. Bisogna recuperare la
fiducia acquistando, investendo, crescendo e bisogna recuperare il lavoro che è
appunto conseguenziale a questo primo aspetto. Ma se il sistema
bancario non viene richiamato dalla politica in maniera seria e, ripeto, se non
lo fa questo Governo che è di larghe intese, non so chi potrà farlo, il futuro
non si sbloccherà e le stesse banche potrebbero cominciare a perdere pezzi a
loro volta perché quando i debiti non si pagano, quando aumenta il tasso di
insolvenza, quando aumentano le sofferenze, alla fine anche le banche devono
cominciare a fare i conti con i propri bilanci. Se è stata utile e positiva l’iniezione della Banca centrale europea con un prestito all’1% alle banche per
consentire l’acquisto dei bond al 4%, la BCE dovrebbe intervenire a livello
politico affinché tornino a fare credito quanto meno sullo spread del 3% tra
quello che hanno speso e quello che guadagnano con l’acquisto dei bond. Riuscirà
questa classe politica a farcela? Spero di sì. Quando questa crisi finirà ci
sarà un rimbalzo e secondo me non sarà un rimbalzo dolce ma violento. Noi
saremo pronti? E’ questa la sfida che dovremo affrontare nei prossimi due anni.