venerdì 13 dicembre 2013

Sei gradi di separazione. Dall'euro.

“L’euro è nato solo per rendere impossibile una guerra altrimenti possibile tra Germania e Francia. Gli shock divergenti non potranno più rientrare con gli aggiustamenti dei tassi di cambio, quindi, si tradurranno in tensioni politiche. L’Europa non solo non raggiungerà così l’unione politica, ma otterrà l’esatto contrario.” (Milton Friedman)
L’euro? “un’un’idea orribile”, perché “mettendo insieme paesi con differenziali di crescita e di produttività, costringe i membri dell’Eurozona a giungere all’equilibrio con più disoccupazione e tagli, che stanno spingendo verso un declino progressivo.” (Amartya Sen)
“Sarebbe meglio che l’Italia uscisse dall’euro, gestendo meglio i redditi della popolazione”. (James Mirrless)
“L’euro non ha senso senza unione bancaria, eurobond e unione politica”. (Joseph Stiglitz)
“L’euro è un progetto campato in aria”. un progetto "elitario, antidemocratico e dirigista". L’unione monetaria ridurrà la libertà di mercato, inoltre quest’unione "c’è già ed è quella esistente tra Germania, Austria e Paesi del Benelux". (Paul Krugman)
“Sull’euro mi sono sbagliato: ha soltanto creato problemi alla crescita e all’occupazione e sta creando una generazione perduta di giovani istruiti.” (Christopher Pissarides)

Sei giudizi pesanti e ultimativi. Non vengono dal Movimento 5 stelle, da Forza Italia o dallo Ukip inglese. Sei gradi di separazione incolmabile tratteggiati non già da chi incarna il cosiddetto populismo antieuropeo e sfascista. Sei analisi impietose, non prive di profondi elementi di autocritica, che vengono da sei premi Nobel per l’economia. Sei. L’ultimo, in ordine di tempo è l’anglocipriota Christopher Pissarides, premio Nobel per l’Economia del 2010 e docente alla London School of Economics. La situazione attuale, continua Pissarides, non è sostenibile e né la si può affrontare con provvedimenti ad hoc, man mano che si presentano i problemi.
Unione politica, che vuol dire welfare uniforme, stesse linee guida fiscali, armonizzazione dello sviluppo economico dei singoli stati membri, comune poilitica estera. Il tutto inevitabilmente presuppone anche una indispensabile unione bancaria, con regole uguali per tutti e vigilanza non solo sulle banche sistemiche, ma anche su quelle medie e piccole. Unione vuol dire condivisione. Condivisione vuol dire punto di equilibrio, che inevitabilmente si raggiunge solo attraverso una cessione di sovranità nazionale ponderata si, ma per tutti. Dall’euro allora non è arrivato alcun vantaggio? Sarebbe ingiusto e ingeneroso rispondere di no, ma nel corso di questi undici anni, di fatto quei vantaggi si sono progressivamente affievoliti in maniera direttamente proporzionale all’indisponibilità di Germania e Francia a cedere quote non già di sovranità, ma di preponderanza continentale. La crisi del 2008 ha fatto il resto e Francia e Germania si sono arroccate in una vera e propria lotta di classe all’incontrario. La meno forte tra le due, la Francia, fiaccata dall’asse insostenibile con Berlino, adesso vaga in mezzo al guado, mentre il resto del continente si presenta inaridito dalla politica pangermanica pervicacemente adottata da Berlino. Una politica commercialmente e diplomaticamente molto pericolosa non solo per aver svuotato di impulso evolutivo un continente giudicato di fatto come il cortile di casa. Ma, soprattutto, per aver innescato quelle contromisure inevitabili, tipiche dei conflitti militari su larga scala, da parte delle altre superpotenze: agli Stati uniti, come alla Russia e al Giappone e sinanche alla Cina (che degli Usa detiene il 40% del debito pubblico, non dimentichiamolo) conviene avere a che fare con un’Europa comunitaria, che sia partner commerciale ed eventualmente cuscinetto diplomatico nelle tensioni geopolitiche globali e regionali. Non conviene, ed anzi risulta un potenziale pericolo da sterilizzare, avere a che fare con Un’Unione Europea egemonizzata dalla Germania: perché quell’Europa diventa un rivale, ed un rivale non è un partner. Ed ecco spiegate le contromisure delle banche centrali americana, giapponese e inglese, con massicce immissioni di liquidità per far ripartire i rispettivi mercati interni, ma anche per raffreddare i bollenti spiriti tedeschi, con grossi acquisti di titoli di stato italiani, spagnoli e greci, non tralasciando la vera e propria resistenza partigiana della Bce guidata da Mario Draghi che, abbassando ripetutamente i tassi di interesse cerca di stimolare una svalutazione dell’euro, ma anche di giustificare ulteriori azioni di sostegno della Bce ai paesi in difficoltà (acquisto di bond e tassi di deposito all’1%). Gli spread sono calati, il rendimento del bund tedesco è tornato a salire. Ma intanto  Il 14 novembre l’eurogruppo ha comunicato l’uscita dell’Irlanda e della Spagna dai piani di aiuti della Troika (Fondo Monetario, Bce, Ue), e, si legge nel comunicato del governo di Dublino, l’Irlanda godrà del sostegno finanziario dell'agenzia tedesca Kfw, una specie di cassa depositi e prestiti tedesca, già attiva in Spagna e Portogallo, che finanzierà le sue imprese. «Usciremo dal salvataggio più forti», ha detto il premier Kenny al Parlamento irlandese. «Ci siamo preparati per tre anni per un normale finanziamento sui mercati». La Cassa Depositi e prestiti tedesca che finanzia la crescita di Dublino, come già sta facendo con il Portogallo: questo è colonialismo. Dopo Irlanda e Portogallo toccherà alla Spagna crescere grazie ai tedeschi e poi a chi toccherà? Toccherà all’Italia diventare colonia o Roma potrà ancora godere del proprio vantaggio geopolitico che gli deriva dalla sua posizione geografica di portaerei sul Mediterraneo e linea di demarcazione tra Oriente e Occidente, Nord e Sud del mondo?
Una strada verso il nulla, lo cantavano gli inglesi Talking Heads trenta anni fa. Una strada che non porta da nessuna parte, ma che dobbiamo percorrere, e dobbiamo pure esserne felici. Una moneta unica senza una politica unica. Una moneta unica con 17 diversi titoli di stato e altrettanti andamenti e rendimenti. Una moneta unica regolata solo e unicamente dalle strategie geopolitiche di Berlino. Che la userà finchè non verificherà la sua insostenibilità sociale a livello continentale. Non volendo esserne travolta (e i segnali interni ci sono tutti e cominciano a diventare preoccupanti), non è da escludere che potrebbe essere proprio Berlino ad abbandonare l’euro. Con una mossa a sorpresa, ma non sorprendente.
“Un’Europa di successo, diceva profeticamente il premio nobel Milton Friedman nel 1998, è nell’interesse sia degli europei che degli americani. Ma non vedo la flessibilità dell’economia e dei salari e l’omogeneità necessaria tra i diversi Paesi perché sia un successo. Se l’Europa sarà fortunata e per un lungo periodo non subirà shock esterni, se sarà fortunata e i cittadini si adatteranno alla nuova realtà, se sarà fortunata e l’economia diventerà flessibile e deregolata, allora tra 15 o 20 anni raccoglieremo i frutti dati dalla benedizione di un fatto positivo. Altrimenti sarà una fonte di guai.”
 “Il progetto europeo – aggiunge il premio nobel Joseph E. Stiglitz -  per quanto idealista, è sempre stato un impegno dall’alto verso il basso. Ma incoraggiare i tecnocrati a guidare i vari paesi è tutta un’altra questione, che sembra eludere il processo democratico, imponendo politiche che portano ad un contesto di povertà sempre più diffuso. Non sarà poi così male, continua Stiglitz, tornare alle vostre vecchie monete. Le unioni monetarie spesso durano poco tempo. Ne conseguirebbe un periodo molto difficile, ma la fine dell’euro non sarebbe la fine del mondo.”
Se lo dicono loro…

lunedì 12 agosto 2013

Il problema non è cadere, ma come atterrare

trascrizione di un mio intervento a convegno economico 13 giugno 2013.

Per capire quello che potrebbe succedere da qui a qualche mese, dobbiamo attendere il 22 settembre quando la Germania andrà a votare. Tutta l’Europa, a cominciare dai Paesi del Mediterraneo, attende in uno stato di sospensione generale. Non si prendono decisioni coraggiose a medio e lungo termine in attesa del risultato delle elezioni in Germania. Un risultato che non è poi così scontato viste le grandi difficoltà interne in cui si barcamena la signora Merkel.
 6 giugno 1944: Partiva l’operazione Overlord, lo sbarco in Normandia. La Germania, per la seconda volta in 30 anni, venne sconfitta militarmente da una coalizione che spezzò la mai sopita voglia di pangermanismo da parte della nazione tedesca sull’Europa e sul mondo. La Germania all’epoca era alleata con l’Italia che si sfilò prima della sconfitta.
6 giugno 2013: Comincia a circolare la voce, sempre più insistente, non confermata ma neanche smentita, sull’eventualità, sempre più probabile, che la FED, la Banca Centrale Americana, possa cominciare a comprare in maniera massiccia i titoli di Stato italiani e spagnoli. Le coincidenze hanno un loro valore secondo me dal punto di vista storico perché noi oggi in realtà stiamo vivendo gli ultimi mesi della Terza Guerra mondiale.  Una guerra che si sta combattendo con le valute, con l’economia, con la forza dei muscoli della finanza e che, anche se con numeri molto più bassi rispetto a 69 anni fa, sta facendo comunque macerie e morti. Qual è lo scenario? La crisi americana, quella dei titoli subprime, è finita tra il 2008 e il 2009.  L’economia americana ha cominciato lentamente, tra grandissime difficoltà, a risalire, fino ad avere oggi, grazie anche alla politica aggressiva della Federal Reserve, dei fondamentali molto promettenti. Tra il 2008 e il 2009 è successo che ancora una volta la Germania, approfittando di un momento di debolezza, così come era accaduto 69 anni fa, ha tentato per la terza volta di egemonizzare il continente. Lo ha fatto con la leva finanziaria. Lo ha fatto, secondo me, con una truffa. Tra il 2008 e il 2009 il bund tedesco ha cominciato a perdere valore perché le banche regionali tedesche, che sono quelle che detengono la maggior parte del credito in Germania, erano piene di titoli tossici. La Germania ha quindi dato il via libera alle proprie banche, a cominciare dalla Deutsche Bank, per vendere massicciamente BTP italiani, bonos spagnoli e titoli greci. Lo spread va alle stelle. A dover preoccupare, come ha preoccupato, è stato l’aumento dei tassi di rendimento dei titoli italiani, spagnoli e greci. Ovviamente, vendendo titoli di altre nazioni si è apprezzato il bund e la Germania, forte di questa azione violenta e immediata, da guerra lampo, pensava di aver chiuso il cerchio e di poter tenere l’Europa stretta nella morsa del ricatto del rigore. E c’è riuscita, almeno fino a un certo punto. Oggi le cose stanno cambiando e la Germania comincia ad avere delle serie difficoltà. Gli americani, stavolta con i giapponesi e con gli inglesi, hanno deciso di intervenire e lo hanno fatto un po’ più di un anno fa con un programma di immissione di liquidità massiccia per tornare a crescere. Cosa significa? Noi abbiamo la BCE che non può intervenire direttamente con la stampa della moneta ma con l’acquisto dei bond dei Paesi in difficoltà, come ha fatto nel programma OMT. Invece la Banca Centrale inglese, la Banca nipponica e la Federal Reserve hanno deciso di iniettare enormi quantitativi di denaro nelle proprie economie. Addirittura il Giappone ha deciso di iniettare 1400 miliardi di dollari in un anno sui mercati, una cifra abnorme. Da quando queste decisioni sono diventate veramente operative dal punto di vista finanziario, il famoso spread ha cominciato a calare perché queste operazioni hanno consentito l’acquisto dei bond dei cosiddetti Paesi in difficoltà che hanno un rendimento alto e discretamente conveniente. In realtà quello che queste tre banche centrali perdono con l’immissione di liquidità lo recuperano con i rendimenti dei bond che acquistano. Questo è il famoso contrattacco alleato che si è esplicitato ancora di più appunto il 6 giugno di quest’anno quando dalla Federal Reserve hanno fatto circolare la notizia che sono pronti ad acquistare una grossa fetta del debito italiano. Agli Stati Uniti fa comodo avere un partner europeo comunitario. Nel primo trimestre del 2013 l’import americano dall’Italia è aumentato del 6%. Hanno tolto i dazi e anche questa è un’azione di una guerra che sta per concludersi. Agli Stati Uniti non fa comodo anzi temono un partner europeo egemonizzato da una sola nazione perché diventa un rivale. Lo stesso dicasi per il Giappone che è un’altra potenza che esporta molto anche in Cina la quale si sta sganciando dalla Germania perché ha capito il pericolo che incombe e perché detiene il 40% del debito americano. La Germania, in conclusione, dovrà fare i conti con le sue stesse politiche e con il suo mai sopito desiderio di egemonizzare l’Europa. Questa Terza Guerra mondiale, che si gioca sul terreno della finanza e dell’economia, si esplicita attraverso i numeri. Sulla Germania cominciano a cadere le prime bombe dei vari contrattacchi. E si capisce guardando le notizie tra maggio e giugno. Le entrate fiscali nel 2013 calano di 1,5 mld di euro.  Lo stipendio non basta: a 323.000 famiglie tedesche va il sussidio per i poveri. Sono riviste al ribasso le stime delle entrate del fisco fino 2017.
Nel frattempo però la Germania attacca la Francia, altro Paese che ha capito il disastro a cui stava andando incontro e si è tirato indietro con Hollande, facendo asse con l’Italia che, dopo Monti, ha capito che non era più il caso di soggiacere alla politica del rigore a prescindere. Rigore a prescindere che, se non è legato almeno a un principio di crescita, porta recessione. In pratica il malato guarisce ma muore dunque muore in perfetta salute. 
In sei anni la competitività dell’Italia è scesa del 5%, in Germania è salita del 6% quindi abbiamo un gap dell’11% con la Germania. E non soltanto l’Italia.
Sale il surplus commerciale a marzo in Germania. L’export è a +0,5%. I lavoratori metalmeccanici minacciano un grande sciopero e alla fine ottengono l’aumento nel rinnovo contrattuale.
Esce uno studio della Ernst & Young che dice che i prossimi saranno anni difficili per le banche tedesche. L’indice ZEW, che misura la fiducia delle imprese tedesche, cresce molto meno delle attese. Intanto in Giappone il fattore Abenomics fa volare il Pil. Il fattore Abenomics è la politica economica del premier Shinzo Abe che ha deciso, come gli americani, e suppongo in accordo con gli americani e con gli inglesi, di emettere 1.400 miliardi di dollari in un anno, più di 85 miliardi di dollari al mese, per risollevare l’economia. Quindi il Pil è schizzato a +4%, la disoccupazione è calata a ritmi impensabili, i consumi interni sono aumentati e tutto nel giro di meno di un anno.
Nel frattempo Berlino continua a dire che la strada del rigore non si può abbandonare per tornare a crescere perché i conti pubblici sono il dogma che bisogna rispettare e da cui non bisogna derogare. E’ tutto vero, peccato che la Germania, se mettesse tutto nel suo bilancio dello Stato, cosa che non fa e che invece si trova nei bilanci dei Lender, avrebbe un rapporto debito-Pil del 190%. Noi col 130% saremmo i più virtuosi in Europa.
Ad aprile in Germania -0,4% delle entrate del fisco, +21.000 disoccupati a maggio. Intanto si comincia a parlare di allentamento della morsa dell’austerity in Europa. La Commissione europea ogni tanto si riprende e parla di crescita per ritornare subito sui suoi passi al primo richiamo del ministro dell’economia tedesco. In Germania calano anche le vendite al dettaglio (-0,4%) ed è costretta a fare i conti con la sua politica del rigore. Ovviamente pretendendo il rigore per tutti, alla fine il mercato di riferimento tedesco, che è quello europeo, viene meno.
E tutto perché la Germania ha voluto, ancora una volta, egemonizzare politicamente e a livello di etica della politica un continente che è composto da 17 Paesi in cui si usa l’euro e da 27 Paesi che rientrano nei confini dell’Unione europea. E ancora una volta, per la terza volta nel giro di un secolo, la Germania perderà anche questa guerra.
Il 3 giugno il Fondo Monetario Internazionale, lo stesso che fino a un certo punto è stato al fianco della Germania nel perpetrare il rigorismo a tutti i costi, ha tagliato le stime del Pil 2013 allo 0,3% dallo 0,6% e gli ordini industriali sono in calo del 2,3% ad aprile. Questo vuol dire che la guerra in atto sta per concludersi perché non è più sostenibile la politica del rigore fine a se stesso e nemmeno l’azione opaca della Germania, perpetrata per difendere il valore dei propri bund e per nascondere i debiti colossali delle banche regionali. Non a caso la Germania vuole la vigilanza bancaria solo sugli istituti sistemici e non su tutte le banche perché in questo secondo caso verrebbero portate alla luce tutte le magagne e finirebbe a gambe all’aria nel giro di una settimana con una probabile uscita dall’euro. Oppure la Germania si deve convincere, una volta per tutte, con tutti i paracadute che si potranno trovare, ad adottare gli eurobond. Sugli eurobond c’è una condivisione, anche abbastanza sorprendente, tra quello che pensava Tremonti e quello che ritiene Draghi. Da quando l’euro è entrato in vigore siamo davanti alla contraddizione di avere una moneta unica e 17 titoli di Stato diversi. Dunque la Bce non può emettere moneta e quindi non può fare svalutazione competitiva che però non è nemmeno più in mano agli Stati. La speculazione è in mano ai privati che sono i maggiori detentori dei titoli di Stato insieme a banche, Fondi di investimento e Fondi sovrani. Gli Stati europei sono praticamente ricattati da quei soggetti che, non avendo un interesse nazionale, ovviamente fanno gli interessi dei privati. Bisogna uscire da questa contraddizione. Si potrebbe ritornare alle monete nazionali. Questa soluzione, sostenuta anche dal premio Nobel dell’Economia James A. Mirrlees, potrebbe essere utilizzata come spauracchio per la Germania ma francamente, seppur suggestiva e affascinante, non sembra praticabile. Invece sarebbe conveniente fare questi benedetti eurobond cioè un titolo di Stato europeo in cui ognuno ci mette del suo. Tutti, Germania compresa. Per fare l’eurobond ci vuole unità politica in Europa, cosa che oggi non c’è. Ecco perché, e torniamo all’inizio, siamo tutti in sospensione, stiamo tutti aspettando il 22 settembre.
Questo lo scenario internazionale a cui è direttamente collegato quello nazionale. Tutti i nostri indicatori sono in rosso fisso: siamo in recessione per il settimo trimestre consecutivo, la produzione industriale è giù per il 20° mese consecutivo, l’export si sta fermando ed era l’unico settore col segno + davanti. C’è stata una piccola boccata d’ossigeno con lo sblocco dei debiti della pubblica amministrazione voluta dal Governo che è stata spacciata come una misura anticiclica ma in realtà è una misura di buona educazione. Bisogna poi vedere quanto di questi soldi torneranno alle imprese e quanto invece verrà dirottato ai curatori fallimentari o alle banche. Dobbiamo uscire da questa camicia di forza del rigore, dobbiamo tornare a crescere e quindi non giudico negativamente il risultato delle ultime elezioni politiche. Certo un po’ mi preoccupa quello che ha detto Draghi quando, all’indomani del risultato delle urne, ha detto di stare “tranquilli, abbiamo il pilota automatico”.  Questo non è un buon segno. Vuol dire che la sovranità degli Stati è finita. Il dover tranquillizzare il resto d’Europa sui risultati elettorali italiani vuol dire che c’è qualcun altro che decide e pensa per noi.
Si può uscire da questa fase? Sì, secondo me si può fare innanzitutto attraverso una presa di coraggio da parte della nostra classe politica. Quello che è successo a febbraio è l’ultima chiamata per la politica. E lo è non perché Grillo ha preso il 25% ma perché c’è un elettore su tre, se non di più, che non è andato a votare. In Gran Bretagna è nato un partito che si chiama Ukip, presieduto dal parlamentare europeo Nigel Farage,  che ha preso il 25% alle amministrative. Un exploit come quello di Grillo in Italia. Il loro motto è  “Amiamo l’Europa, odiamo l’Unione europea”. Mentre nei Paesi anglosassoni l’astensione, anzi l’astinenza, è un fatto strutturale che si è sedimentato nel tempo, da noi è stata brusca. Da un’elezione a un’altra il dato degli italiani che non sono andati a votare è raddoppiato. Astenuti che si sono confermati anche alle amministrative.
Non c’è una lira. Ce lo dicono tutti i giorni. Il ministro per lo sviluppo economico Flavio Zanonato ha detto che non ci sono soldi per Imu e Iva. Detto questo, però si può tornare a investire con azioni anticicliche avendo il coraggio di rivedere la spesa pubblica. Ci sono sprechi enormi, anche nel sistema di detrazioni e deduzioni fiscali, dai 20 ai 25 miliardi, che potrebbero essere rimessi in circolo. Bisogna tagliare non in maniera lineare ma in maniera selettiva. Però bisogna avere il coraggio di farlo. Toccare delle voci significa toccare degli interessi. Questa è l’occasione. Se non lo fa questo Governo di larghe intese, dove all’opposizione fittizia ci sono soltanto Lega e Sel e all’opposizione vera il M5S, non vedo francamente chi potrà farlo in futuro. Poi bisognerà avere anche il coraggio di mettere mano alla Riforma Fornero che, per ammissione dello stesso ex ministro del Welfare, ha determinato la difficoltà a entrare nel mondo del lavoro. Non solo. Si è fatto tanto parlare dell’accoppiata scuola-lavoro senza poi tradurlo in fatti. 
L’altra sfida che questo Governo deve superare è l’ideologia legata al posto fisso, per passare al concetto di posto stabile dando la garanzia ai lavoratori che professionalità ed esperienza porteranno a fare lo stesso lavoro fino alla pensione, anche se non è detto che lo facciano nella stessa azienda. Questo significa sbloccare il mercato del lavoro e di questo bisognerà convincere anche i sindacati. Soprattutto, bisogna avere il coraggio e la sfrontatezza di decidere, Germania o non Germania, che le nuove assunzioni devono essere defiscalizzate.

Resta anche il problema del credit crunch. L’Italia ha consolidato la propria posizione di terza economia europea grazie all’apporto del sistema bancario che oggi, però, si è quasi praticamente azzerato nonostante quello che dice l’Abi. Bisogna riportare le banche a fare credito ma questo è un problema che bisognerà affrontare in sede europea. Intanto per defiscalizzare le nuove assunzioni bisognerebbe fare ricorsi ai fondi europei non utilizzati e assegnati. E’ un delitto tenere immobilizzati decine di miliardi di euro. Il problema interno, che è dovuto a una situazione di scenario, è un problema che ha due corni: il primo è quello del rigore e il secondo è quello della crescita. Il rigorismo messo in atto dall’Italia, come ha detto lo stesso Squinzi, è stato fine a se stesso e alla fine ha danneggiato le possibilità di ripresa del Paese. Bisogna recuperare la fiducia acquistando, investendo, crescendo e bisogna recuperare il lavoro che è appunto conseguenziale a questo primo aspetto. Ma se il sistema bancario non viene richiamato dalla politica in maniera seria e, ripeto, se non lo fa questo Governo che è di larghe intese, non so chi potrà farlo, il futuro non si sbloccherà e le stesse banche potrebbero cominciare a perdere pezzi a loro volta perché quando i debiti non si pagano, quando aumenta il tasso di insolvenza, quando aumentano le sofferenze, alla fine anche le banche devono cominciare a fare i conti con i propri bilanci. Se è stata utile e positiva l’iniezione della Banca centrale europea con un prestito all’1% alle banche per consentire l’acquisto dei bond al 4%, la BCE dovrebbe intervenire a livello politico affinché tornino a fare credito quanto meno sullo spread del 3% tra quello che hanno speso e quello che guadagnano con l’acquisto dei bond. Riuscirà questa classe politica a farcela? Spero di sì. Quando questa crisi finirà ci sarà un rimbalzo e secondo me non sarà un rimbalzo dolce ma violento. Noi saremo pronti? E’ questa la sfida che dovremo affrontare nei prossimi due anni. 

domenica 23 giugno 2013

Il malato è guarito. Ma è morto di fame.

Quello a cui stiamo assistendo da almeno due anni è un fenomeno alquanto strano, ma, soprattutto, straniante. Stiamo affogando nelle sabbie mobili di una crisi inedita eppure siamo di fronte a un coro di inguaribili ottimisti. Ma, nel contempo, sono anche serissimi e austeri. Degli austeri ottimisti, un ossimoro allo stato puro. Materia al centro di tanto accigliato e austero entusiasmo, la manutenzione dei conti pubblici, che devono tornare ad ogni costo a quadrare, a dispetto dell’antico e saggio detto secondo cui “chi nasce tondo non muore quadrato”. Insomma, con l’austerità la fine della crisi diventa un trascurabile corollario, perché i conti, tondi per definizione, alla fine dovranno “quadrare”. E ci hanno creduto tutti, comprese le maggiori istituzioni economiche mondiali, in una specie di riflesso pavloviano, una reazione a catena che, di seguito, vedremo innescata da chi. Finchè  un rapporto del Fondo Monetario internazionale del 5 giugno 2013 ha dimostrato come “le riforme strutturali imposte alla Grecia hanno fallito nel produrre gli effetti sperati, a causa dell’errata valutazione degli effetti di politiche economiche restrittive”, basate, ovviamente sull’aumento delle entrate aumentando le tasse e il taglio indiscriminato e non selettivo delle spese.
Cinque mesi prima, a gennaio 2013, il Fondo Monetario Internazionale segnalava rischi di “avvitamento” delle economie dell’eurozona, causati dalle “stringenti manovre di consolidamento dei conti pubblici attuate dai governi in periodi caratterizzati da congiuntura economica negativa.” Secondo il Fondo Monetario, quindi la politica di austerità fiscale produce un «effetto avvitamento: gli Stati sono obbligati a tagliare la spesa e ad aumentare le entrate; produzione e consumi diminuiscono; inevitabili, quindi, le conseguenze sui conti pubblici: diminuisce il gettito fiscale e il raggiungimento degli obiettivi di bilancio invece di avvicinarsi continua ad allontanarsi; e quindi la necessità di ricorrere ad altre politiche di austerità, e così via. Neanche le banche, ovviamente, sono rimaste indenni (non senza colpe, anche gravi). Sia come soggetto attore dello sviluppo (riducendo drasticamente il credito a famiglie e imprese colpite pesantemente dalla perdita di potere di acquisto e dal crollo dei profitti), che come oggetto stesso di quelle politiche fiscali stringenti. Hanno infatti dovuto cominciare sempre di più a fare i conti (è proprio il caso di dirlo…) con la riduzione di liquidità causata dalla perdita del posto di lavoro degli individui e dalle perdite di bilancio delle imprese. Risultato: aumento di sofferenze bancarie, effetti disastrosi sui loro bilanci. Conseguenza  immediata e inevitabile: la assoluta necessità di ingenti ricapitalizzazioni e di severi piani di ristrutturazione. Con buona pace delle indispensabili risorse sia nel settore pubblico che in quello privato. Questa la drammatica sequenza imposta da una politica, quella europea, nei fatti rivelatasi sbagliata, almeno guardando agli Stati Uniti, dove dalla crisi sono usciti da un pezzo perché hanno prima pensato a ricapitalizzare le banche e poi, con banche solide, a migliorare le finanze pubbliche. Nell’Ue, invece, si è voluto fare il contrario. Perché? La risposta arriva da un premio Nobel dell’Economia, l’americano Paul Krugman. Leggette attentamente: «L’austerità non funziona: a causa di una politica economica tutta sacrifici e niente crescita, l’Europa è sanguinante, salassata inutilmente come i malati nel Medioevo, curati con medicine che li facevano ammalare ancora di più. L’economia dell’austerità ha seguito il copione Keynesiano: ripetutamente i tecnocrati responsabili inducono le loro nazioni ad accettare l’amara medicina dell’austerità, e ripetutamente non riescono a ottenere risultati».
«La strategia economica adottata nell’eurozona, basata sull’austerità e la riduzione della domanda interna (quindi anche dei salari), nella storia non ha mai funzionato. Il massimo che i difensori dell’ortodossia finanziaria possono fare è citare un paio di piccoli Paesi balcanici che hanno tratto parziale beneficio dalla recessione, ma sono comunque molto più poveri rispetto al periodo prima della crisi. Così reagendo alla crisi dell’euro, le istituzioni dell’Unione hanno prodotto delle metastasi e dalla Grecia la crisi si è diffusa in altri Stati economicamente più rilevanti, come Spagna e Italia. Di conseguenza, tutta l’Europa è scivolata in una grave recessione».
«Parte del problema è legato al fatto che i politici tedeschi hanno passato gli ultimi 2 anni a dire agli elettori cose non vere, cioè che la crisi è colpa dell’atteggiamento irresponsabile dei governi del Sud Europa. Eppure in Spagna, per esempio, il debito pubblico è basso e il bilancio dello Stato è in avanzo: se il Paese è in crisi, questo è il risultato della bolla immobiliare che banche di tutto il mondo, soprattutto tedesche, hanno innescato. Oramai però la versione dei tedeschi è quella preponderante ed è, pertanto, difficile uscire dallo stallo».
«Le politiche di austerità imposte dai leader europei agli Stati dell’Unione hanno portato i Paesi dell’eurozona alla più profonda recessione, con dati macroeconomici molto simili a quelli del periodo della Grande Depressione negli Stati Uniti, e conseguente aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato. In molti casi, i problemi di finanza pubblica che i Paesi si trovano a dover affrontare sono la conseguenza della recessione: non ne sono stati la causa. Nonostante questo, le risposte di Berlino sono misure di rigore e austerità ulteriormente recessive». Berlino, ecco l’origine di quel riflesso pavloviano… ma anche per la Germania cominciano a palesarsi gli effetti della sua stessa ideologia economica con cui ha tentato di egemonizzare un interno continente. Vediamo cosa sta iniziando ad accadere in casa Merkel…
06 MAGGIO SECONDO LA STAMPA TEDESCA IN GERMANIA, -1,5 MLD EURO ENTRATE FISCALI IN 2013 A CAUSA INDEBOLIMENTO RIPRESA CONGIUNTURALE
8 MAGGIO GERMANIA: STIPENDIO NON BASTA, A 323.000 FAMIGLIE SUSSIDIO POVERI
08 MAGGIO GERMANIA, RIVISTE RIBASSO STIME ENTRATE FISCO FINO 2017. NEI PROSSIMI CINQUE ANNI ENTRERANNO 13,2MLD MENO DEL PREVISTO
13 MAGGIO SECONDO UNO STUDIO ERNST & YOUNG , PROSSIMI ANNI DIFFICILI PER BANCHE TEDESCHE
 14 MAGGIO FIDUCIA IMPRESE TEDESCHE CRESCE MENO DI ATTESE A MAGGIO
15 MAGGIOGERMANIA, PIL PRIMO TRIMESTRE +0,1%. CRESCITA PIU’ DEBOLE DELLE ATTESE
24 MAGGIO GERMANIA, AD APRILE +0,4% ENTRATE FISCO, MENO DEL PREVISTO. RIDIMENSIONAMENTO PREVISIONI PER NETTO CALO IVA,PEGGIORE DA 2010
29 MAGGIO GERMANIA, +21.000 DISOCCUPATI A MAGGIO. RIALZO SUPERIORE AD ATTESE. TASSO DISOCCUPAZIONE FERMO A 6,9%
31 MAGGIO GERMANIA: VENDITE AL DETTAGLIO CALANO ANCORA AD APRILE
3 GIUGNO GERMANIA: FMI TAGLIA STIME PIL 2013 ALLO 0,3% DALLO 0,6% =
6 GIUGNO GERMANIA: ORDINI INDUSTRIALI IN CALO DEL 2,3% AD APRILE 

sabato 22 giugno 2013

Quando la crisi non ha credito

La crisi diventa endemica non solo quando le risorse si esauriscono, ma anche quando viene a diminuire progressivamente, fino a bloccarsi, la circolazione del denaro. E  lo snodo centrale resta quello del credito, sia per le famiglie che per le imprese, che ormai si trovano a bussare a porte che restano chiuse.
Il mutuo resta un affare difficile per gli italiani: tra gennaio e maggio su 5 mila domande di  finanziamento monitorate ne sono state accolte solo una su sette. A fronte di un dato medio del 7%, chi risiede nelle Marche,  in Lombardia o in Liguria riesce ad ottenere il mutuo nel 10% dei casi; chi vive nel Sud riesce ad averlo, mediamente, nel 4% dei casi. I piu' avvantaggiati sono i cittadini delle  Marche, della Lombardia e della Liguria: qui siamo al di sopra della media nazionale, con percentuali di approvazione prossime o superiori al 10%. La prima regione del Mezzogiorno compare oltre la meta' della classifica, ben al di sotto della media italiana: in Campania ottiene il mutuo solo il 5,0% dei richiedenti, in Basilicata il 4,8%, in Puglia il 4,7%, mentre il fanalino di coda della classifica e' rappresentato dalla Calabria, dove nemmeno 4 richieste su cento vengono accordate. A questi dati bisogna affiancare quelli figli degli effetti immediati della crisi, che si chiamano disoccupazione, cassa integrazione, mobilità e aziende chiuse o in crisi: il 7,7% delle famiglie italiane, 254.000, non ce la fa piu' a pagare le rate dei mutui. E' il calcolo che giunge da Adusbef-Federconsumatori sulla base dei dati Bce riferiti ad aprile 2013. Nel 2010 le famiglie in difficolta' con le rate erano pari al 5% (stime Bankitalia). I 3,3 milioni di mutui riferiti ad aprile 2013, secondo le elaborazioni Adusbef su dati Bce, hanno una consistenza di 364,183 miliardi di euro. ''I tassi di interesse - si legge nella nota – a conferma della voracita' delle banche italiane nell'imporre tassi sui mutui pari al 4,46% in media in Italia, contro il 3,34 della media Ue, con un differenziale di 112 punti base, costringono un italiano che ha contratto un mutuo di 100mila euro a 30 anni, a pagare una rata mensile di 64 euro piu' alta (768 euro in piu' all'anno) del mutuatario di Eurolandia, con un pizzo di 23.040 euro in piu' a conclusione del contratto di mutuo, rispetto ad un cittadino dell'area
Euro''. Secondo Adusbef-Federconsumatori ''una quota del 33%'' dei 3,3 milioni di mutui, ''pari a 1,1 milioni eccede il tasso soglia della legge antiusura 108/96 e sono annullabili per usura''.
Ma Accelera anche il calo dei prestiti alle imprese.
Ad aprile 2013, secondo quanto emerge dal Bollettino mensile dell'Abi, la dinamica dei prestiti alle imprese non finanziarie e' risultata pari a -3,7% (-2,8% il mese precedente; +1,3% un anno prima).
I Prestiti, nel complesso valutato su famiglie e imprese, diventano sempre piu' a rischio.
Ad aprile, come emerge dal bollettino mensile dell'Abi, le sofferenze lorde sono risultate pari ad oltre 133 miliardi, 2,3 miliardi in piu' rispetto a marzo 2013 e +24,3 miliardi rispetto ad aprile 2012, segnando un incremento annuo di circa il 22,3%.
Crollano i prestiti delle banche estere alle imprese italiane.
Nel 2012 gli impieghi erogati alle aziende da parte degli istituti di credito stranieri presenti in Italia hanno registrato un calo del 9,9% rispetto all'anno precedente. E per le sole filiali delle banche estere la flessione dei crediti alle imprese e' del 16%.
E dalla Banca d’Italia parte il richiamo al sistema bancario
 "Il sistema bancario deve fare la sua parte. Non vi potra' essere ripresa duratura in mancanza di un adeguato sostegno finanziario alle imprese". E' quanto ha evidenziato il vice direttore generale di Bankitalia, Fabio Panetta.     
Parte il Fondo di valorizzazione delle imprese, basterà?
Il Comitato esecutivo dell'Abi (associazione Bancaria Italiana) ha dato il via libera al progetto di costituzione di un Fondo di Valorizzazione Imprese (FVI). Si trattera' di un nuovo intermediario, istituito e gestito da una societa' di gestione del risparmio (sgr), il cuiobiettivo sara' il rilancio e la valorizzazione delle imprese sane main situazione di stress finanziario. Il Fondo potra' acquisire crediti dalle banche e risorse finanziarie da investitori, intervenendo nel rafforzamento dell'impresa fino al disinvestimento della partecipazione.






mercoledì 17 aprile 2013

La sindrome del bunker. Settant'anni dopo.


 L'economia mondiale continuerà a crescere, ma sarà un processo squlibrato, con l'eurozona che addirittura potrebbe pregiudicare la situazione globale per la sua scarsa attitudine alla crescita, ma anche per situazioni di stallo politico come quella italiana. Il fondo monetario internazionale, nelle sue previsioni globali non usa mezzi termini. Difficile la situazione del nostro paese, con ilpil in picchiata nel 2013 dell'1,5% e in leggera crescita l'anno prossimo, con la disoccupazione che impenna al 12% quest'anno, per aumentare ancora nel 2014,sopra la media europea. Numeri a cui aggiungere il rapporto debito pil, sopra il 130% e sopra il 120% fino al 2018. L'italia, nonostante tutto, dice il fondo, è sulla buona strada. Previsione confermata dall'ottimo risultato del btp italia: in due giorni collocati titoli per 17 mld di euro. Da Strasburgo il presidente della bce Draghi conferma la ripresa europea da metà anno, anche se rischia unaspirale negativa, come peraltro testimonia proprio oggi il crollo della fiducia delle imprese tedesche, ben oltre le previsioni degli stessi analisti di Berlino.E chiarisce: il rigore è inevitabile, ma senza crescita sono a rischio prezzi e stabilità finanziaria.  L'unione economica, ha aggiunto, non deve essere "solo caratterizzata da efficienza finanziaria, ma anche da equita' nella condivisione degli oneri". E il pensiero di molti analisti è andato alla Germania che proprio da oggi, dice la Bundesbank,deve fare i conti col suo debito pubblico, salito al record di 2.166 miliardi di euro, l'81,9% del Pil.  Rispetto al 2011 è aumentato dell'1,5%, in gran parte per l'impegno tedesco nei meccanismi di stabilità europei. Riguardo l'Italia, l'incremento rispetto al dicembre 2011 è stato di 81,5 miliardi di euro in un anno: per oltre un terzo (30mld di euro) èandato al sostegno finanziario per i paesi dell'area dell'euro, spiega la Banca d’Italia. Se anche Berlino avesse corrisposto la stessa percentuale di aumento del debito pubblico al sostegno del debito europeo come ha fatto l’Italia, lacifra si aggirerebbe sotto i 10 mld di euro. Ed appare evidente il richiamo di Mario Draghi: “L'unione economica, non deve essere solo caratterizzata da efficienza finanziaria, ma anche da equita' nella condivisione degli oneri". E in Germania, nonostante le rassicurazioni di governo e banca centrale tedesca, Stenta a decollare la ripresa. L'europa appensantita dalla crisi e da un rigorismo strabico comincia a diventare un problema serio per Berlino, che da sempre nel continente ha il suo principale mercato di sbocco per l'export tedesco. Nell'ultimo trimestre del 2012 la crescita economica della Germania ha visto una flessione dello 0,6% .stesso discorso su export, disoccupazione e attivita' manifatturiera negli ultimi due mesi. A febbraio l'export tedesco ha segnato una flessione inattesa dell'1,5% su mese, come cosi' pure l'import con un -3,8%.  Il numero dei disoccupati (dati destagionalizzati) a marzo e' aumentato a sorpresa di 13.000 unita' a 2,935 milioni, con un tasso al 6,9%. Nello stesso mese di marzo si e' verificata poi una inaspettata contrazione dell'attivita' manifatturiera, con l'indice Pmi in discesa a 48,9 punti dai 50,3 di febbraio, tornando cosi' nuovamente sotto quella quota 50 che fa da spartiacque tra espansione e contrazione del ciclo.

mercoledì 20 marzo 2013

Carta vince carta perde: la signora della truffa


Prima metà del 2011: si verifica un alto rendimento dei Bund (3,28%, btp italiani 4,8%, spread 152), a cui si deve aggiungere il dubbio valore dei titoli tossici e delle perdite sui titoli greci nei portafogli delle banche tedesche per almeno 150 miliardi di euro. Scatta la tensione nel sistema finanziario privato a Berlino. A questo punto la reazione è immediata e irresponsabile: le banche tedesche, probabilmente con l’appoggio implicito del proprio governo, decidono di trasferire la crisi potenziale del loro sistema bancario privato e del loro connesso debito sovrano sui paesi considerati più deboli dell’eurozona. Come? Vendendo e dando indicazioni generalizzate di vendita dei titoli pubblici di questi Stati, soprattutto Grecia, Italia e Spagna, sul mercato secondario. E scoppia la fase due della “peggiore crisi dal 1929”: i rendimenti dei titoli pubblici italiani, spagnoli e greci si impennano sul mercato delle aste. Solo Deutsche Bank a giugno 2011 si libera di 8 mld di euro in BTP italiani. Quindi, di fatto succede che, vendendo senza sosta titoli pubblici di Italia, Grecia e Spagna, simmetricamente migliora il rendimento dei Bund tedeschi, che diventano titoli rifugio in Europa. Non solo, ma acquistano anche un potere contrattuale senza precedenti che mette nelle condizioni la Germania di Angela Merkel di egemonizzare le politiche economiche dell’eurozona, determinando solo per Berlino il verificarsi delle condizioni di una crescita economica costante ed esponenziale. Così, la Germania è passata dall’entrare in una crisi finanziaria a una vittoria sul campo sia nella finanza privata che in quella pubblica: con una truffa. Nel frattempo a leccarsi le ferite, preso in contropiede e tramortito, è il resto d’Europa, quello manifatturiero, quello che produce, innova, crea ed esporta, con un crollo dei consumi interni senza precedenti e un indice di disoccupazione continentale ormai al 12%, un record. E l’impasse rischia di durare fino a settembre 2013, data delle elezioni tedesche. La teoria dei compiti a casa divulgata in malafede da Angela Merkel si è dimostrata ovviamente sbagliata e recessiva e sono state svelate le conseguenze negative che essa ha portato, in termini di economia reale nei paesi sottoposti a cure rigorose molto ben oltre il dovuto. Ma anche in termini di blocco di trasmissione della politica monetaria, che la Banca Centrale Europea a guida Mario Draghi ha cercato di far convergere progressivamente verso l’impostazione espansiva adottata dalle altre banche centrali mondiali. Con l’opposizione, indovinate di chi? Della Germania di Angela Merkel e del Governatore della Bundesbak Weindmann.

LA LEZIONE DI DAVIDE E L'EUROMARCO

“Paesi virtuosi. Un confronto fra debiti pubblici in Europa”
della fondazione tedesca Stiftung Marktwirtschaft su dati 2010

Un tiro di fionda e il gigante, minaccioso e terribile, è abbattuto, vinto. Sconfitto contro ogni previsione, per la pochezza del suo  piccolo avversario, ritenuto sfacciatamente irrilevante e residuale per costituire un pericolo. e invece quel nanetto il gigante lo ha guardato negli occhi, ha preso la mira e con l'unico colpo  a disposizione della sua fionda lo ha messo a terra. La parabola biblica di Davide contro Golia si è ripetuta in pieno Mediterraneo, dove per Davide si deve leggere Cipro e per Golia la Germania che si crede Europa, o l'Europa che non ha il coraggio di non credersi Germania. Ma la differenza è irrilevante, a dispetto dell'inaccettabile egemonia esercitata su un intero continente dallo stato tedesco. Cipro, da parecchi mesi al centro delle preoccupazioni per il pericolo di default che lo riguarda, con il suo parlamento ha bocciato senza appello - 36 voti contrari, 19 astenuti, nessun sì - il controverso piano di salvataggio proposto da Ue e Fmi, che prevedeva un prelievo forzoso straordinario sui depositi bancari ciprioti per un totale di 5,8 miliardi euro. Il no di Nicosia rimette in discussione l'aiuto economico per un totale di 10 miliardi di euro di cui il paese ha disperatamente bisogno soprattutto per ricapitalizzare le proprie banche ed evitare la bancarotta. Ma invia anche un chiaro  messaggio ai partners europei e internazionali di non voler sottostare ad una operazione percepita come un "ricatto" tedesco. Ecco, è solo una percezione, quella del parlamento di Nicosia e della gente di Cipro? Oppure deve essere considerato solo una caso che l'ammontare del prelievo forzoso sui conti correnti ciprioti fosse uguale in maniera sconcertante all'importo dell'esposizione delle banche tedesche con Nicosia? La decisione di Cipro, ovviamente è stata definita irresponsabile dal ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, mentre l'Eurogruppo prudentemente si è mantenuto disponibile comunque agli aiuti. Ma il prelievo forzoso deciso di imperio sui conti correnti dei ciprioti è stato, forse, lo scivolone decisivo per la tenuta dell'Euromarco: tutti i mercati mondiali sono crollati 24 ore dopo la decisione, con i titoli bancari in profondo rosso: molto più che reale la possibilità che quel provvedimento, rappresentando un pericolosissimo precedente, potesse innnescare un effetto contagio (leggasi prelievo forzoso a catena) su paesi come l'Italia, la Grecia, la Spagna, ma anche la Francia (che comincia a vacillare pericolosamente). Con il conseguente, comprensibile e devastante effetto della fuga di capitali verso altri lidi.
"Stupida": così la decisione di Ue e Fondo Monetario Internazionale (su imposizione tedesca) è stata definita all'unanimità da tutti gli analisti finanziari. "Stupida" perchè? Perchè, dicono tutti gli osservatori internazionali, su Cipro si sarebbe potuto intervenire molti mesi fa senza alcun problema. Esattamente come nel caso greco, affrontato con due anni di ritardo e a condizioni devastanti per il popolo ellenico, ma anche per il resto d'Europa, costretto a svenarsi per tamponare una falla che due anni prima era soltanto una crepa. Col risultato che lo svenarsi ha prodotto un aumento delle tasse a livelli ormai inaccettabili che, unito alle politiche di austerità, ha fatto avvitare un intero continente: solo l'Italia ad oggi ha versato 43 (quarantatre!) miliardi di euro al Fondo Salvastati. E anche la Germania comincia a scricchiolare sinistramente: la locomotiva non tira più come ai bei tempi, i contratti di solidarietà schizzano a livelli record e il furbo metodo di rendicontazione del bilancio statale (che non contempla i debiti per il welfare e la sanità, in capo ai Lander) comincia a svelare che, se a Berlino facessero come a Roma, il rapporto debito/pil sarebbe del 185% e l'Italia (incredibile ma vero) col suo 127% sarebbe il Paese più virtuoso d'Europa. E, se si analizzano i dati del 2011 su 2010 (come nella foto sopra), i numeri sarebbero più o meno gli stessi. Appare sempre più chiara l'ineludibilità del duello tra austerità e crescita, ma uscendo da un equivoco di fondo: che l'austerità non sia imposta direttamente o surrettiziamente per consentire la crescita di un solo paese, la Germania. O, peggio, per dare il tempo a Berlino di sistemare i sui conti a spese nostre per evitare un default incredibilmente già scritto e tenuto nascosto. I numeri e i fatti hanno inequivocabilmente dimostrato che di austerità di muore e l'economia italiana, comunque tenace nella sua voglia di restare viva, sta morendo, strozzata anche dall'insipienza di una classe politica che non riesce ancora a capire la valenza oggettiva che il voto al Movimento 5 stelle rappresenta: l'ultima chiamata alla riconquista della dignità di Stato verso i suoi cittadini e di Nazione nei confronti di un'Europa in cui sarebbe meglio restare. Magari facendo uscire la Germania. O mettendola in castigo, inducendola a non sentirsi Europa, ma semplicemente a farne parte, come tutti gli altri Stati, con la stessa dignità.