domenica 9 dicembre 2012

UN ANNO SUI MONTI


Il 16  novembre di un anno fa si insediava il governo dei tecnici sorretto dalla “strana maggioranza” (pdl, pd, udc), come il premier scelto Mario Monti la definì da subito. Un governo tecnico che è durato poco più di un anno e sicuramente (ma non sorprendentemente e poi vi spiegherò il perché) meno delle previsioni. Un governo di “riservisti della Repubblica”, chiamato in servizio  dal capo dello Stato Napolitano sulla spinta veemente, sia endogena che esogena, di un variegato, complesso e composito fronte politico economico istituzionale transnazionale, convergente però nell’individuare nell’operato del governo precedente, i prodromi di un rischio di implosione economica e finanziaria dell’Unione Europea. Debito pubblico alle stelle, deficit fuori controllo, produttività ai minimi storici, competitività delle imprese praticamente azzerata, coesione sociale a rischio: tutti fattori che fecero un anno fa dell’Italia il malato grave da mettere al più presto sotto tutela. Mentre la Spagna affondava e continuava ad affondare e la Grecia veniva accompagnata crudelmente al patibolo ritardando di due anni la decisione di erogare aiuti economici in cambio di un percorso virtuoso e doloroso di rientro dallo stato di pre-default. Agenzie di rating scatenate, speculatori privati che martellavano la qualità del nostro debito pubblico disfacendosi dei nostri Btp (a cominciare dalle banche tedesche e dai fondi americani) e facendo schizzare lo spread (il differenziale di rendimento tra i nostri titoli decennali e quelli di riferimento tedeschi che determina di fatto il costo degli interessi che lo Stato paga sul suo debito) a livelli mai visti prima. E creando di fatto un circolo vizioso con inevitabili ripercussioni politiche interne e altrettanto inevitabili, anche se in alcuni casi sorprendenti, risvolti esterni, come la quasi pregiudiziale indisponenza nei confronti dell’Italia, persino tra sorrisetti, ammiccamenti e colpi di gomito tra capi di stato. Insediatosi, il governo Monti, il governo dei tecnici ostentatamente lontani da quella politica pasticciona che nella vulgata aveva prodotto il disastro, pur sorreggendosi con i voti di quella stessa politica, dopo un anno, di politica ne ha fatta ben poca. E, a ben vedere, anche dei tre principi fondanti la sua costituzione (rigore, equità e sviluppo), è rimasta poca cosa. Come oggettivamente scarsa si è rivelata la qualità della rinnovata presenza internazionale italiana, certamente più sobria e meno teatrante rispetto a prima, ma comunque irrilevante rispetto a un anno fa. Il Mario decisivo, infatti, non è stato Monti, ma Draghi, il presidente della Bce proposto dal governo Berlusconi, unico attore vincente e convincente che è riuscito  con la tenacia e la determinazione a mettere un freno alla politica egemonica di una  Germania ossessionata dal rigore altrui per difendere il proprio benessere. Politica che, oggi, si sta rivelando suicida proprio per le prospettive di crescita dell’economica tedesca, che comincia a perdere colpi. E tutto questo in un’Europa di cartapesta, come i set cimenatografici dietro ai quali non c’è nulla. Un’Europa che ha impugnato l’euro come si impugna un coltello, ma al contrario, dalla parte della lama: una moneta unica con diciassette titoli di debito di stato diversi. Una follia che ci ha dato, si, solidità economica, ma che ci ha anche messo nelle mani di speculatori che agendo sui titoli di questo o quello Stato e determinandone in maniera quasi criminale le politiche interne, di fatto tengono in ostaggio un intero continente. Dunque, presenza internazionale scadente: su tutti, i casi dei due marò italiani tenuti prigionieri in India e la conclusione della vicenda sul fondo salvastati, a cui si è arrivati solo grazie alla fermezza del presidente della Bce, capace di annacquare il “nein” di frau Merkel a Mario Monti, ripetutamente rintuzzato nonostante la collateralità (interessata) del nuovo Presidente francese Hollande. Tornando a noi, in un anno di governo Monti sono state varati 7 provvedimenti:
Salva Italia, Cresci Italia, Semplifica Italia, Fisco Semplice, Lavoro, Sviluppo, Spending Review. Denominatore comune, almeno su carta: rigore, equità e sviluppo. Di fatto il rigore è stato il principio dominante, avendo il governo Monti l’impellenza di arrivare al pareggio di bilancio entro il 2013 e di abbattere il debito pubblico da record. Obiettivi falliti: il pareggio di bilancio, forse, si avrà nel 2014 e il debito pubblico si è impennato ulteriormente. Con una curiosa coincidenza: l’ammontare del suo incremento corrisponde quasi alla virgola a quanto l’Italia ha messo a disposizione dell’Europa per partecipare al salvataggio di Grecia, Irlanda e Portogallo(!!).
Mentre Il debito pubblico è aumentato, sia in valori assoluti, sia in rapporto al PIL, il PIL è crollato (-2,4%); la produzione industriale precipita (-7%, confronto su periodo gennaio-luglio 2011/2012); i consumi sono in picchiata (-3,2%, dato 2012 rispetto 2011); e la disoccupazione ha toccato il suo record dal 1994 (11,1%, dato ottobre 2012, + 2 punti percentuali rispetto a settembre 2011). L’attacco al debito pubblico è arrivato essenzialmente dall’aumento dell’imposizione fiscale e in minima parte dalla lotta all’evasione e dalla cosiddetta spending review. Le tasse, includendo Imu, tasse auto e canone Rai, saliranno nel 2012 a 9,9 miliardi, il 94,5% in più rispetto all'anno precedente. La pressione fiscale apparente in Italia potrebbe raggiungere il livello record del 45,8%.
Nonostante la stretta fiscale mirata a ridurre il debito, a fine 2012 si registra un nuovo record per il debito pubblico italiano, che nel secondo trimestre del 2012 è schizzato al 126,1% del PIL. Nel primo trimestre il debito aveva già raggiunto il picco di 123,7%, il più alto dal 1995 quando era al 120,9%. Il debito non cala, anzi aumenta e il reddito disponibile reale pro capite torna ai livelli del 1985 e i consumi reali pro capite a quelli del 1998. In breve, Nel periodo gennaio-ottobre 2012 le entrate tributarie sono aumentate del 4% rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente, ma il gettito IVA si è ridotto del 2%e il 32% delle maggiori entrate tributarie deriva dall’IMU. Di crescita, evidentemente, non sembra esserci traccia, anche perché la FLESSIONE DEL CREDITO PER IMPRESE E FAMIGLIE è aumentata, andando a colpire nell’ambito del panorama produttivo soprattutto le piccole e medie imprese e quelle che non si sono internazionalizzate. l’irrilevante aumento del gettito derivante da IRE e da IRES, poi, segnala lo stallo dei redditi di persone fisiche e imprese. Insomma, l’aumento della pressione fiscale ha comportato il blocco del lavoro e della produzione.
Ma non si rintraccia nemmeno l’equità, come stanno a dimostrare due riforme epocali: quella delle pensioni, con il pasticcio degli esodati e l’allungamento indiscriminato dell’età pensionabile e la riforma del lavoro con troppa flessibilità in uscita, troppo poca in entrata e un silenzio imbarazzante sull’attuazione del virtuoso combinato disposto scuola-lavoro. Un anno sui Monti, troppo poco. O, semplicemente, troppo?

venerdì 29 giugno 2012

L'italia non è una nazione. E' uno stato mentale


ieri sera i “tedeschi” ozil (turco), kedhira (maghrebino) e boateng (padre ghanese e madre tedesca) restavano muti all’esecuzione dell’inno nazionale, mentre i loro colleghi lo cantavano orgogliosi ed evidentemente tesi (anche se, secondo me, erano preoccupati…). niente male per una germania geneticamente nazionalista e cultrice del concetto, mai sopito ma semplicemente evolutosi, della superiorità non più della razza, ma della nazione tedesca. chissà se a berlino ci saranno polemiche per quel mutismo ostentato, chissà se mai ce ne sono state. crogiuolo etnico, la germania ha accolto e “messo al pezzo” milioni di immigrati che verso di lei evidentemente si sentono dei dipendenti, ma non dei “tedeschi”. dipendenti che, come tutti i dipendenti, nei confronti del loro datore di lavoro sentono un certo senso del dovere, anche con qualche punta di aziendalismo. insomma, una nazione da rispettare per necessità.
dall’altra parte, mario balotelli, ma anche angelo ogbonna, di origini ghanesi il primo, nigeriane il secondo. entrambi italiani di seconda generazione, esattamente come i loro colleghi tedeschi ozil, kedhira e boateng. loro l’inno italiano l’hanno cantato a squarciagola, con lo sguardo fiero rivolto in un punto imprecisato del cielo, con il catartico “si!!” finale pronunciato con la forza che si deve solo a un urlo di guerra, propiziatorio di una sfida tra due culture: il senso dello stato (tedesco) e il senso della patria (italiana). alla fine non poteva non vincere l’amor patrio contro il senso dello stato. e’ questa la differenza tra l’italia e il resto del  mondo: noi siamo la patria anche dei senza patria, e a loro poco importa se il nostro non sia poi proprio uno stato efficiente, lucido, cromato e splendente. certo, ci girano le palle per gli asili nido ai figli degli immigrati, per l’assistenza sanitaria gratis et amore dei, per quella mano tesa che spesso ci fa incazzare, ma alla fine il saldo è zero: diamo, ma riceviamo anche. perché, non lo ammetteremo mai, ma l’italia non è una nazione. e’ uno stato mentale. grazie a dio e agli italiani, di ogni provenienza.

giovedì 9 febbraio 2012

La cortina fumogena...prima parte


Quella del mercato del lavoro, insieme a quella fiscale, si preannuncia come la riforma delle riforme. Almeno se la si riuscirà a fare decentemente, e non all’italiana. L’occasione è irripetibile, ha detto la ciarliera ministra Fornero, che vede nella riforma del mercato del lavoro un treno che non si deve perdere “ e che prenderemo anche senza l’accordo con i sindacati”. Quella del lavoro è un passaggio ritenuto fondamentale dal governo Monti per riavviare il motorino di accensione dell’economia italiana: dobbiamo tornare a crescere e, quindi, a produrre e, quindi, a lavorare di più. Come? Le idee sono abbastanza chiare: per cominciare il governo vuole mettere mano all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che si interpone ai licenziamenti discriminatori, senza giusta causa o ingiustificati. E lo fa con un trasporto passionale e appassionato, un giorno col premier Monti che depotenzia il concetto di posto fisso; il successivo con l’inedita coppia Fornero/Cancellieri  sui licenziamenti e sulla “mammonaggione” dei nostri giovani, poco inclini ad andare a lavorare lontano da mammà. Le sortite dei suddetti hanno provocato ovviamente un’ondata di sbigottimento e di fastidio, non essendo l’articolo 18 elemento dirimente per creare occupazione in un momento in cui l’occupazione serve come il pane, anzi per il pane. Devo dire subito che condivido quei concetti (che però andrebbero meglio spiegati), al contrario però della strategia in cui sembrano essere inseriti. Considerare l’articolo 18 un tabù da eliminare e anteporre la sua rivisitazione al resto della riforma del mercato del lavoro (ammortizzatori sociali, ingresso al lavoro, precarietà, garanzia del mantenimento in attività con la formazione e gli aggiornamenti professionali anche da temporaneamente disoccupati, per non parlare del ritorno di una scuola che formi non solo le menti, ma anche le capacità manuali), francamente mi pare una furbata. Insomma, una cortina fumogena, un espediente per creare un precedente da trasformare in materia di trattativa, magari per concedere qualcosa che poi in realtà non sarebbe pensabile non concedere (come la conferma di cig e cigs per i prossimi due anni e, magari, il differimento di parte della riforma delle pensioni). Gli imperativi del governo Monti, riverberatisi anche nelle linee guida della riforma del mercato del lavoro sono: crescita e occupazione e non escludo che il vero obiettivo del governo, più che l’articolo 18, sia mettere mano al costo del lavoro. Se così fosse, ne vedremmo davvero delle belle.
….continua….

martedì 24 gennaio 2012

L'importanza dell'anello debole


A Bruxelles tutti di nuovo attorno a un tavolo, ancora una volta. E ancora una volta in previsione di un nuovo vertice, previsto a fine gennaio. Di nuovo tutti li’ riuniti attorno a un tavolo. L’Unione Europea è un’entità politicamente virtuale, che si fa scudo dell’unità monetaria espressa dall’Euro proprio per non mettere in discussione la sua disomogeneità strutturale: nelle culture, nelle politiche, nelle società, nei sentimenti. Ma l’euro comunque ha unito un continente, anche se soltanto nella parte relativa alle politiche monetarie, e nella crisi attuale la sola unità monetaria basta e avanza a tenere tutti sulla stessa barca, almeno per il momento. Unità monetaria che per continuare ad esistere ha bisogno però di omogeneità politica: nelle scelte, nelle decisioni, ma soprattutto nella condivisione delle cause e degli effetti. Delle azioni e delle reazioni.
Causa ed effetto
Un economista americano negli anni Settanta aveva capito il meccanismo che innescava la ciclicità delle crisi economiche: si chiamava Hyman Minsky. Secondo Minsky il sistema finanziario è  instabile in sé : all'origine di ogni crisi c’è un evento esterno che spinge i soggetti economici (privati, industrie, banche e governi) a credere nell’imminente aumento del valore delle attività, sia reali che finanziarie. Quindi si verifica un’espansione del credito finalizzato ad aumentare i guadagni innescati dall’evento esterno. L’espansione del credito diventa incontenibile per effetto delle spinte speculative e ovviamente corrisponde all’aumento del debito, che inevitabilmente va a impattare sulla fine del fenomeno espansivo. I tassi di mercato variano, la bolla esplode, il panico si propaga. E la crisi è servita.
Nel nostro caso l’”evento esterno” si chiama eccesso di liquidità, che ha portato a impieghi spericolati del denaro disponibile, all’allargamento indiscriminato della base creditizia, all’esplosione della bolla immobiliare con i titoli tossici e i mutui subprime.
Ecco, se L’unione Europea fosse davvero quello che si vorrebbe che fosse, avrebbe dovuto cogliere prima e condividere subito dopo non solo la causa, ma soprattutto gli effetti di uno tsunami all’orizzonte. Avrebbe dovuto congegnare azioni da mettere in atto per non abbandonarsi all’incontenibilità dell’espansione del credito e reazioni per contrastarne le resistenze da parte degli speculatori, ovviamente interessati a un irragionevole quanto innaturale orgasmo finanziario perpetuo. Ma così non è andata. 
La forza dell’anello debole
La probabilità di funzionamento di un sistema equivale alla probabilità di funzionamento del componente più delicato: è la cosiddetta teoria dell’anello debole. Fu elaborata negli anni Cinquanta da un ingegnere svedese, W.Weibull. Grazie alle sue formule matematiche, ancora oggi si calcola l’affidabilità di una molteplicità di cose: da un pezzo di ceramica all’aspettativa di vita media su cui basare l’offerta di polizze vita e vitalizi, fino ai componenti aeronautici e spaziali. Il concetto è semplice, come tutti i concetti rivoluzionari e fondamentali: ogni catena per resistere deve sfruttare la forza del suo anello debole, perché è l’anello debole a tenerla in tensione. Quanto può resistere l’anello debole? E come fare per limitare al massimo la probabilità di collasso?
Appare evidente che il sistema, o la catena se volete, è l’Europa. Altrettanto evidente, in questi momenti di fortissima tensione, quale sia l’anello debole. L’anello debole, colpo di scena, è l’Euro (…quanti hanno pensato “Italia”?). Già, proprio così. Oggi a rischiare è il futuro della stessa Unione Europea. Divisa ideologicamente tra rigore e crescita, con improbabili alchimisti che qua e là (Italia compresa) tentano inutilmente di coniugarli, come se si potesse crescere restando a dieta stretta per anni. Bisognerà fare una scelta, bisognerà correre un rischio, o cogliere un’opportunità, dipende dai punti di vista. Ma non si potrà prescindere dal riconsiderare il ruolo della Banca Centrale Europea, dandole pieni poteri di difesa della valuta e di vigilanza. Magari decidendosi a svalutare l’Euro, portandolo al tasso di parità con il dollaro. Aumenterà l’inflazione? Beh, se l’alternativa è il ritorno alle monete nazionali tutte in ostaggio del supermarco….

lunedì 16 gennaio 2012

Ti faccio un rating così...


L’episodio è illuminante. 10 Novembre 2011, nel pomeriggio all’improvviso Standard and poor’s diffonde la notizia di un taglio di rating della Francia, che così avrebbe perso la tripla A. Sui mercati, ancora aperti, si scatena il terremoto, con un’ondata speculativa sia sui listini europei che su quelli americani. Poche ore dopo arriva la correzione dell’agenzia: la notizia è stata diffusa a causa di un errore tecnico, la Francia conserva la tripla A. Il Commissario economico europeo Olli Rehn interviene, definendo  “impensabile che in una situazione di così grande incertezza dei mercati e di tensione economica internazionale possano verificarsi errori così grossolani”, e decide di aprire un'indagine per comprendere le responsabilità di quanto accaduto. Venerdi 13 gennaio 2012 la stessa Standard and Poor’s stavolta non si sbaglia e il declassamento avviene sul serio: nove stati europei, tra cui Francia, Italia, Spagna e Portogallo e Austria, vengono retrocessi. Parigi perde, stavolta sul serio, la tripla A; stesso destino per Vienna, Roma passa in serie BBB+ da A.  Il sei agosto 2011 S&P si era espressa anche sugli Stati Uniti, declassandoli e facendo perdere a Washington la tripla A, cosa mai successa nella storia. E tutto dopo un faticosissimo iter parlamentare sul debito pubblico. Esattamente come il 13 gennaio: arriva il declassamento a catena proprio nel pieno di un negoziato difficile, ostico e non indolore sulla gestione dell’enorme debito sovrano degli Stati membri. Il 16 gennaio, lo stesso Olli Rehn torna a tuonare: “Le agenzie di rating non sono istituti di ricerca imparziali ma hanno i loro interessi e svolgono il loro ruolo molto in linea con il capitalismo finanziario Usa”. Qualcuno ha fatto soldi dalla «destabilizzazione», ha detto Rehn che già venerdì 13 gennaio aveva definito «aberrante» la scelta di S&P's di declassare mezza eurozona.
Insomma, le agenzie di rating servono o no? Sono da considerare buone quando emettono giudizi positivi e cattive quando i giudizi sono negativi? Sono imparziali o sono uno strumento nelle mani di chi, di fatto, tiene in pugno le sorti finanziarie del mondo occidentale? La risposta sarebbe facile, ma anche no. Ciò che è certo è che le agenzie di rating, così come sono strutturate, ormai rappresentano un’anomalia tanto palese quanto insostenibile. Le agenzie di rating, che vivono e prosperano attraverso contratti miliardari per valutare l’affidabilità di soggetti pubblici e privati, sono società quotate. E sono società private, indipendenti formalmente, ma non di fatto, visto che sono slegate da enti terzi come le banche centrali, il Fondo Monetario Internazionale, ecc. La loro stessa composizione societaria mette i brividi, con intrecci percentuali che in ogni paese europeo sarebbero immediatamente sanzionati dall’Antitrust. Insomma, Standard & Poor's e Moody's, le maggiori società di rating del mondo, che con un downgrade possono scatenare reazioni a catena nei mercati e portare a scelte politiche con pesanti effetti economici e sociali, sono controllate dagli stessi grandi investitori che non esitano ad attaccare Stati e imprese quando si diffondono anche solo voci su possibili tagli dei rating. Negli Stati Uniti, dopo il “fattaccio” del 6 agosto 2011, è in corso un’indagine federale durissima: S&P avrebbe commesso sugli Usa un errore di 2000 (duemila!!) miliardi di dollari. Anche da noi si indaga, con la Procura di Trani che ha ipotizzato i reati di aggiotaggio e turbativa dei mercati proprio verso Standard and Poor’s, in occasione di un giudizio dato sul debito italiano a mercati aperti e subito smentito da tutte le istituzioni pubbliche nazionali e internazionali.
Dice Bernard Henry Levy, filosofo e giornalista francese: “Bisogna anche sapere che questi gruppi sono remunerati secondo modalità che metterebbero fuori legge qualsiasi altro tipo di protagonista economico. Sono pagati da clienti che essi stessi dovranno valutare. Consigliano le banche sul modo di strutturare prodotti che, una volta messi sul mercato, essi stessi dovranno giudicare. Più tali prodotti sono complessi, più sono «derivati» o «cartolarizzati», più si è vicini, in altri termini, ai famosi attivi «tossici» che furono all’origine dell’attuale depressione, più i piccoli signori delle agenzie fatturano e si arricchiscono. Tradotto in linguaggio semplice, questo vuol dire essere giudice e giudicato. O pompiere e piromane. Siamo al limite della peggiore confusione dei generi, se non del traffico d’influenza più sfrontato. Questi incompetenti sono anche disonesti che vengono meno a tutte le regole della buona governance e del fair play. Un dirigente che falsifica i conti della propria azienda va in prigione. Un responsabile di Standard & Poor’s, che con un battito di ciglia inconsiderato crea l’effetto, quasi meccanico, di mandare in rovina milioni di persone, non sarà mai punito. Giuridicamente, la sua «nota» dipende da un’«opinione».”

venerdì 13 gennaio 2012

Certo, certissimo, anzi probabile


Commercio, carburanti, taxi, professioni, energia, servizi pubblici locali, farmacie. Sono i punti che delimitano il perimetro del progetto, indubbiamente ambizioso, che si traduce nella nuova parola magica da evocare per invocare un cambiamento purchè sia: liberalizzazioni. Liberalizzare di per sé non è una brutta cosa: in fondo, tagliando vincoli che qua e la’ hanno generato indubbi privilegi, si genera inevitabilmente concorrenza. Più concorrenza genera a sua volta quello spirito di competizione che porta a fare offerte migliori, sempre più innovative, quindi alla fine più convenienti sia per l’utente che per il consumatore. Aggiungendo, a questo, che una concorrenza vera su un mercato veramente competitivo alla fine produce nuovi posti di lavoro, nuove professionalità, nuova linfa per l’indotto. Insomma, contribuisce a produrre più benessere. Il buon esempio della liberalizzazione del settore telefonico è sotto gli occhi di tutti. Peccato che sia l’unico esempio. Peccato che i principi ispiratori delle liberalizzazioni in Italia si siano tradotti molto spesso in sonore fregature. Peccato che, essendo l’Italia il paese in cui è impossibile fare rivoluzioni “perché ci si conosce un po’ tutti”, i bei propositi esposti inizialmente rischiano di restare eterei come i sogni che svaniscono all’alba.
In italia liberalizzare assicurazioni auto, carburanti, gas, trasporti ferroviari ed urbani e  servizi finanziari  è costato alle famiglie quasi 110 mld di euro. Insomma, contrariamente alle aspettative legittime derivanti dal più semplice dei progetti liberalizzatori, prezzi e tariffe sono aumentati per il formarsi di veri e propri cartelli tra le compagnie, più volte denunciate dalla stessa Autorità Antitrust. Oltre che dalla telefonia, qualche vantaggio è arrivato solo dall’apertura del mercato dell’energia, con risparmi effettivi di quasi sette miliardi di euro: In 17 anni, dal 1994 al 2011, ogni famiglia italiana ha dovuto sborsare quasi cinquemila euro in più, quasi trecento all’anno, la metà dei quali imputabili soltanto all’aumento delle tariffe assicurative. L’altra voce che ha inciso pesantemente sui conti delle famiglie italiane è  stata quella dei servizi finanziari (costo dei conti correnti, dei bancomat, commissioni varie, etc.). Non è andata meglio per il gas. Oggi il progetto liberalizzatore parte da due battaglie ideologiche: quella sui tassisti e quella sul commercio libero.
Commercio
Negozi aperti, sempre. Anche di domenica e nei giorni festivi, teoricamente senza limiti di orario. L’immagine evoca le scene di quei film americani dove si vedono drugstore aperti 24 ore su 24. L’idea in effetti affascina più per la comodità di poter trovare un negozio aperto alle 22 che per l’esotismo del progetto in se’. Poi, però bisognerebbe pensare al costo del personale, alla vivibilità in orari notturni (soprattutto per ristoranti, pub e bar), alla sicurezza degli stessi commercianti e ai costi per sostenere l’aumento di polizia e carabinieri in orari serali e notturni. Insomma, più convenienza per il consumatore, ma per gli esercenti che vantaggi concreti porterebbe il progetto? Nessuno sa dirlo, ma sono in tanti a protestare. Intanto nel resto d’Europa i negozi aprono e chiudono a orari fissi.
Taxi
Raddoppio delle licenze e libertà di esercizio su tutto il territorio nazionale. La categoria è sul piede di guerra, fa blocchi selvaggi, mette in ginocchio le grandi città. Raddoppiare le licenze, dicono, significa dimezzare i già risicati guadagni, erosi pure dalle tariffe assicurative e dai costi del carburante alle stelle. Il tempo dirà se hanno ragione o no, resta il dubbio comunque: quanto serve al consumatore raddoppiare le licenze dei tassisti, se poi le tariffe restano bloccate ai massimi e, comunque, di competenza dei sindaci?
Detto questo, il quesito si presenta da solo: l’Italia è pronta per la riproposizione della “lenzuolata 2.0” ? Concorrenza vera e mercato veramente competitivo: siamo una nazione disposta a questo sacrificio, anzi a questa rivoluzione? “In Italia la rivoluzione non si fa: ci conosciamo tutti”, diceva nel 1949 il saggio deputato Crescenzo Mazza. I propositi liberalizzatori di Supermario potrebbero infrangersi miseramente, tra le resistenze incrociate di una moltitudine di categorie che, volenti o no, sono la stragrandissima maggioranza degli italiani. Che, ovviamente, mediamente ogni tre anni vanno a votare per il rinnovo del Parlamento… Monti ce la farà? Certo, certissimo, anzi probabile.

domenica 8 gennaio 2012

Resa dei conti o i conti della resa?


Archiviato il 2011 come l’anno del tracollo finanziario e della speculazione distruttiva, il 2012 si preannuncia come l’anno decisivo. Quello delle risposte a tutta una serie di domande che confluiscono in una sola: l’Euro ce la farà a vedere il 2013? Questo blog nasce con il tentativo di analizzare uno scenario, tentativo indispensabile per cercare di capire tutte le altre questioni che a cascata ne conseguono, fin dentro i nostri portafogli. Questioni che, peraltro, sempre in questo blog si cercherà di affrontare nella maniera più chiara possibile.
Inutile girarci intorno: è in atto una guerra. Un conflitto mondiale che ancora una volta si gioca sul campo europeo, anche se stavolta senza cannoni e carri armati. L’obiettivo finale è distruggere l’Euro, moneta forte di un continente debole, che ha preferito nascondere le proprie magagne e la propria desolante debolezza strutturata sulle mille divisioni nazionali, dietro lo scudo monetario di una divisa tanto solida quanto evidentemente fin troppo aggressiva e, quindi, potenzialmente pericolosa per quella che un tempo era la moneta di riferimento (il dollaro), per il suo referente europeo (la sterlina) e, soprattutto, per la divisa dei nuovi ricchi, padroni del 40% del debito americano (lo yuan cinese). Le guerre mondiali durano anni, e questa non fa eccezione, ma il 2012 sarà l’anno della resa o della resa dei conti? Se il buongiorno si vede dal mattino, beh, c’è poco da stare allegri. Cominciamo dallo spread: è la dimostrazione plastica del fallimento politico del progetto Euro. Mi spiego: lo spread è la differenza di rendimento tra i titoli tedeschi, presi come riferimento virtuoso in Europa, e il resto dei titoli di stato continentali. Ebbene, l’oscillazione pericolosa e sempre verso l’alto dello spread italiano, ma anche francese, belga, austriaco, spagnolo sta a dimostrare l’esistenza di fortissime speculazioni sui titoli di stato da parte di potenti soggetti privati. E questo significa che ci sono elementi che, disinvestendo intenzionalmente sui titoli di stato, stanno mettendo a rischio le economie proprio di quelle nazioni che sorreggono l’Euro. E qui si palesa il paradosso: quanto è servito avere una moneta unica mantenendo, però, 17 titoli di stato diversi? Quando, infatti, a speculare erano gli Stati, si svalutava la moneta nazionale per rendere più competitiva la produzione, insomma si speculava sulla svalutazione per potenziare la crescita e rendere il debito pubblico più sostenibile a medio e lungo termine. Con la moneta unica, chiunque invece può speculare sui titoli di stato con il risultato, però, di spingere le singole economie in posizione prona, in ginocchio. Perché i titoli di stato sono il finanziamento del debito pubblico e il loro valore rappresenta la credibilità delle singole economie a sostenere quel debito. Con i titoli di stato sotto pressione, vanno in fibrillazione anche le banche, che di quei titoli hanno la pancia piena. Le agenzie di stampa avvertono: “da Spagna a Francia e' allarme banche europee. Rischi ricapitalizzazioni e salvataggi; Madrid, servono 50 mld: dalla Spagna arriva un nuovo allarme bancarotta, l'Ungheria e' sull'orlo del tracollo finanziario, in Gran Bretagna si profila un drastica stretta sul credito e anche in Francia barcollano i grandi istituti come Socgen, Bnp Paribas e Credit Agricole, dopo l'accoglienza non entusiastica dell'asta di titoli di Stato a lungo termine. La crisi invischia tutto il settore bancario europeo e basti pensare come - sull'onda del caso Unicredit - anche Deutsche Bank sia andata giu' in Borsa solo per le voci di un aumento di capitale.”
Insomma, le banche cominciano a perdere liquidità ed ecco intervenire la Bce con iniezioni poderose a interessi stracciati. Ma non basta, quel denaro messo in circolo a buon mercato a favore delle banche affinchè tornino a fare il proprio mestiere e cioè il credito, non viene usato: viene accantonato. E sapete perché? Perché l’ente bancario europeo ha imposto a quelle banche di ricapitalizzarsi per sostenere il peso della crisi. Insomma, da una parte l’Europa con la Bce dà, dall’altra con l’ente bancario europeo toglie: un cortocircuito. E tutto per non aver adottato, insieme all’euro, l’Eurobond, il titolo di stato europeo che avrebbe blindato il continente. Ma l’Eurobond significa unione fiscale; unione fiscale significa unione di bilancio; unione di bilancio significa unione politica. Unione politica significa governo sovranazionale con poteri esecutivi subordinati demandati ai governi locali. Ecco, siamo arrivati al punto, il punto debole individuato da chi tiene nel mirino l’Europa e la sua unione di zucchero filato. Ecco lo scenario, obbligatorio, con cui si apre questo blog: l’Europa se vuole davvero salvare se’ stessa e la sua moneta unica deve scegliere tra la peste e il colera: tra la malattia mortale degli egoismi nazionali (a cominciare dalla Germania e dalle sue pretese egemoniche giustamente maldigerite) e la malattia curabile dei sacrifici, ma divisi equamente. Una volta per tutte.