Il 16 novembre di un anno fa si insediava
il governo dei tecnici sorretto dalla “strana maggioranza” (pdl, pd, udc), come
il premier scelto Mario Monti la definì da subito. Un governo tecnico che è
durato poco più di un anno e sicuramente (ma non sorprendentemente e poi vi
spiegherò il perché) meno delle previsioni. Un governo di “riservisti della
Repubblica”, chiamato in servizio dal
capo dello Stato Napolitano sulla spinta veemente, sia endogena che esogena, di
un variegato, complesso e composito fronte politico economico istituzionale
transnazionale, convergente però nell’individuare nell’operato del governo precedente,
i prodromi di un rischio di implosione economica e finanziaria dell’Unione
Europea. Debito pubblico alle stelle, deficit fuori controllo, produttività ai
minimi storici, competitività delle imprese praticamente azzerata, coesione
sociale a rischio: tutti fattori che fecero un anno fa dell’Italia il malato
grave da mettere al più presto sotto tutela. Mentre la Spagna affondava e
continuava ad affondare e la Grecia veniva accompagnata crudelmente al patibolo
ritardando di due anni la decisione di erogare aiuti economici in cambio di un
percorso virtuoso e doloroso di rientro dallo stato di pre-default. Agenzie di
rating scatenate, speculatori privati che martellavano la qualità del nostro
debito pubblico disfacendosi dei nostri Btp (a cominciare dalle banche tedesche
e dai fondi americani) e facendo schizzare lo spread (il differenziale di
rendimento tra i nostri titoli decennali e quelli di riferimento tedeschi che determina
di fatto il costo degli interessi che lo Stato paga sul suo debito) a livelli
mai visti prima. E creando di fatto un circolo vizioso con inevitabili
ripercussioni politiche interne e altrettanto inevitabili, anche se in alcuni
casi sorprendenti, risvolti esterni, come la quasi pregiudiziale indisponenza
nei confronti dell’Italia, persino tra sorrisetti, ammiccamenti e colpi di
gomito tra capi di stato. Insediatosi, il governo Monti, il governo dei tecnici
ostentatamente lontani da quella politica pasticciona che nella vulgata aveva
prodotto il disastro, pur sorreggendosi con i voti di quella stessa politica,
dopo un anno, di politica ne ha fatta ben poca. E, a ben vedere, anche dei tre
principi fondanti la sua costituzione (rigore, equità e sviluppo), è rimasta
poca cosa. Come oggettivamente scarsa si è rivelata la qualità della rinnovata
presenza internazionale italiana, certamente più sobria e meno teatrante
rispetto a prima, ma comunque irrilevante rispetto a un anno fa. Il Mario
decisivo, infatti, non è stato Monti, ma Draghi, il presidente della Bce
proposto dal governo Berlusconi, unico attore vincente e convincente che è
riuscito con la tenacia e la determinazione
a mettere un freno alla politica egemonica di una Germania ossessionata dal rigore altrui per
difendere il proprio benessere. Politica che, oggi, si sta rivelando suicida
proprio per le prospettive di crescita dell’economica tedesca, che comincia a
perdere colpi. E tutto questo in un’Europa di cartapesta, come i set
cimenatografici dietro ai quali non c’è nulla. Un’Europa che ha impugnato
l’euro come si impugna un coltello, ma al contrario, dalla parte della lama:
una moneta unica con diciassette titoli di debito di stato diversi. Una follia
che ci ha dato, si, solidità economica, ma che ci ha anche messo nelle mani di
speculatori che agendo sui titoli di questo o quello Stato e determinandone in
maniera quasi criminale le politiche interne, di fatto tengono in ostaggio un
intero continente. Dunque, presenza internazionale scadente: su tutti, i casi
dei due marò italiani tenuti prigionieri in India e la conclusione della
vicenda sul fondo salvastati, a cui si è arrivati solo grazie alla fermezza del
presidente della Bce, capace di annacquare il “nein” di frau Merkel a Mario
Monti, ripetutamente rintuzzato nonostante la collateralità (interessata) del
nuovo Presidente francese Hollande. Tornando a noi, in un anno di governo Monti
sono state varati 7 provvedimenti:
Salva
Italia, Cresci Italia, Semplifica Italia, Fisco Semplice, Lavoro, Sviluppo,
Spending Review. Denominatore comune, almeno su carta: rigore, equità e
sviluppo. Di fatto il rigore è stato il principio dominante, avendo il governo
Monti l’impellenza di arrivare al pareggio di bilancio entro il 2013 e di
abbattere il debito pubblico da record. Obiettivi falliti: il pareggio di
bilancio, forse, si avrà nel 2014 e il debito pubblico si è impennato
ulteriormente. Con una curiosa coincidenza: l’ammontare del suo incremento
corrisponde quasi alla virgola a quanto l’Italia ha messo a disposizione
dell’Europa per partecipare al salvataggio di Grecia, Irlanda e Portogallo(!!).
Mentre
Il debito pubblico è aumentato, sia in valori assoluti, sia in rapporto al PIL,
il PIL è crollato (-2,4%); la produzione industriale precipita (-7%, confronto
su periodo gennaio-luglio 2011/2012); i consumi sono in picchiata (-3,2%, dato
2012 rispetto 2011); e la disoccupazione ha toccato il suo record dal 1994
(11,1%, dato ottobre 2012, + 2 punti percentuali rispetto a settembre 2011). L’attacco
al debito pubblico è arrivato essenzialmente dall’aumento dell’imposizione
fiscale e in minima parte dalla lotta all’evasione e dalla cosiddetta spending
review. Le tasse, includendo Imu, tasse auto e canone Rai, saliranno nel 2012 a 9,9 miliardi, il
94,5% in più rispetto all'anno precedente. La pressione fiscale apparente in
Italia potrebbe raggiungere il livello record del 45,8%.
Nonostante la
stretta fiscale mirata a ridurre il debito, a fine 2012 si registra un nuovo record
per il debito pubblico italiano, che nel secondo trimestre del 2012 è schizzato
al 126,1% del PIL. Nel primo trimestre il debito aveva già raggiunto il picco
di 123,7%, il più alto dal 1995 quando era al 120,9%. Il debito non cala, anzi
aumenta e il reddito disponibile reale pro capite torna ai livelli del 1985 e i
consumi reali pro capite a quelli del 1998. In breve, Nel periodo gennaio-ottobre
2012 le entrate tributarie sono aumentate del 4% rispetto all’analogo periodo
dell’anno precedente, ma il gettito IVA si è ridotto del 2%e il 32% delle
maggiori entrate tributarie deriva dall’IMU. Di crescita, evidentemente, non
sembra esserci traccia, anche perché la FLESSIONE DEL CREDITO PER IMPRESE E
FAMIGLIE è aumentata, andando a colpire nell’ambito del panorama produttivo
soprattutto le piccole e medie imprese e quelle che non si sono
internazionalizzate. l’irrilevante aumento del gettito derivante da IRE e da IRES,
poi, segnala lo stallo dei redditi di persone fisiche e imprese. Insomma,
l’aumento della pressione fiscale ha comportato il blocco del lavoro e della
produzione.
Ma non si
rintraccia nemmeno l’equità, come stanno a dimostrare due riforme epocali:
quella delle pensioni, con il pasticcio degli esodati e l’allungamento
indiscriminato dell’età pensionabile e la riforma del lavoro con troppa
flessibilità in uscita, troppo poca in entrata e un silenzio imbarazzante
sull’attuazione del virtuoso combinato disposto scuola-lavoro. Un anno sui
Monti, troppo poco. O, semplicemente, troppo?
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