domenica 23 giugno 2013

Il malato è guarito. Ma è morto di fame.

Quello a cui stiamo assistendo da almeno due anni è un fenomeno alquanto strano, ma, soprattutto, straniante. Stiamo affogando nelle sabbie mobili di una crisi inedita eppure siamo di fronte a un coro di inguaribili ottimisti. Ma, nel contempo, sono anche serissimi e austeri. Degli austeri ottimisti, un ossimoro allo stato puro. Materia al centro di tanto accigliato e austero entusiasmo, la manutenzione dei conti pubblici, che devono tornare ad ogni costo a quadrare, a dispetto dell’antico e saggio detto secondo cui “chi nasce tondo non muore quadrato”. Insomma, con l’austerità la fine della crisi diventa un trascurabile corollario, perché i conti, tondi per definizione, alla fine dovranno “quadrare”. E ci hanno creduto tutti, comprese le maggiori istituzioni economiche mondiali, in una specie di riflesso pavloviano, una reazione a catena che, di seguito, vedremo innescata da chi. Finchè  un rapporto del Fondo Monetario internazionale del 5 giugno 2013 ha dimostrato come “le riforme strutturali imposte alla Grecia hanno fallito nel produrre gli effetti sperati, a causa dell’errata valutazione degli effetti di politiche economiche restrittive”, basate, ovviamente sull’aumento delle entrate aumentando le tasse e il taglio indiscriminato e non selettivo delle spese.
Cinque mesi prima, a gennaio 2013, il Fondo Monetario Internazionale segnalava rischi di “avvitamento” delle economie dell’eurozona, causati dalle “stringenti manovre di consolidamento dei conti pubblici attuate dai governi in periodi caratterizzati da congiuntura economica negativa.” Secondo il Fondo Monetario, quindi la politica di austerità fiscale produce un «effetto avvitamento: gli Stati sono obbligati a tagliare la spesa e ad aumentare le entrate; produzione e consumi diminuiscono; inevitabili, quindi, le conseguenze sui conti pubblici: diminuisce il gettito fiscale e il raggiungimento degli obiettivi di bilancio invece di avvicinarsi continua ad allontanarsi; e quindi la necessità di ricorrere ad altre politiche di austerità, e così via. Neanche le banche, ovviamente, sono rimaste indenni (non senza colpe, anche gravi). Sia come soggetto attore dello sviluppo (riducendo drasticamente il credito a famiglie e imprese colpite pesantemente dalla perdita di potere di acquisto e dal crollo dei profitti), che come oggetto stesso di quelle politiche fiscali stringenti. Hanno infatti dovuto cominciare sempre di più a fare i conti (è proprio il caso di dirlo…) con la riduzione di liquidità causata dalla perdita del posto di lavoro degli individui e dalle perdite di bilancio delle imprese. Risultato: aumento di sofferenze bancarie, effetti disastrosi sui loro bilanci. Conseguenza  immediata e inevitabile: la assoluta necessità di ingenti ricapitalizzazioni e di severi piani di ristrutturazione. Con buona pace delle indispensabili risorse sia nel settore pubblico che in quello privato. Questa la drammatica sequenza imposta da una politica, quella europea, nei fatti rivelatasi sbagliata, almeno guardando agli Stati Uniti, dove dalla crisi sono usciti da un pezzo perché hanno prima pensato a ricapitalizzare le banche e poi, con banche solide, a migliorare le finanze pubbliche. Nell’Ue, invece, si è voluto fare il contrario. Perché? La risposta arriva da un premio Nobel dell’Economia, l’americano Paul Krugman. Leggette attentamente: «L’austerità non funziona: a causa di una politica economica tutta sacrifici e niente crescita, l’Europa è sanguinante, salassata inutilmente come i malati nel Medioevo, curati con medicine che li facevano ammalare ancora di più. L’economia dell’austerità ha seguito il copione Keynesiano: ripetutamente i tecnocrati responsabili inducono le loro nazioni ad accettare l’amara medicina dell’austerità, e ripetutamente non riescono a ottenere risultati».
«La strategia economica adottata nell’eurozona, basata sull’austerità e la riduzione della domanda interna (quindi anche dei salari), nella storia non ha mai funzionato. Il massimo che i difensori dell’ortodossia finanziaria possono fare è citare un paio di piccoli Paesi balcanici che hanno tratto parziale beneficio dalla recessione, ma sono comunque molto più poveri rispetto al periodo prima della crisi. Così reagendo alla crisi dell’euro, le istituzioni dell’Unione hanno prodotto delle metastasi e dalla Grecia la crisi si è diffusa in altri Stati economicamente più rilevanti, come Spagna e Italia. Di conseguenza, tutta l’Europa è scivolata in una grave recessione».
«Parte del problema è legato al fatto che i politici tedeschi hanno passato gli ultimi 2 anni a dire agli elettori cose non vere, cioè che la crisi è colpa dell’atteggiamento irresponsabile dei governi del Sud Europa. Eppure in Spagna, per esempio, il debito pubblico è basso e il bilancio dello Stato è in avanzo: se il Paese è in crisi, questo è il risultato della bolla immobiliare che banche di tutto il mondo, soprattutto tedesche, hanno innescato. Oramai però la versione dei tedeschi è quella preponderante ed è, pertanto, difficile uscire dallo stallo».
«Le politiche di austerità imposte dai leader europei agli Stati dell’Unione hanno portato i Paesi dell’eurozona alla più profonda recessione, con dati macroeconomici molto simili a quelli del periodo della Grande Depressione negli Stati Uniti, e conseguente aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato. In molti casi, i problemi di finanza pubblica che i Paesi si trovano a dover affrontare sono la conseguenza della recessione: non ne sono stati la causa. Nonostante questo, le risposte di Berlino sono misure di rigore e austerità ulteriormente recessive». Berlino, ecco l’origine di quel riflesso pavloviano… ma anche per la Germania cominciano a palesarsi gli effetti della sua stessa ideologia economica con cui ha tentato di egemonizzare un interno continente. Vediamo cosa sta iniziando ad accadere in casa Merkel…
06 MAGGIO SECONDO LA STAMPA TEDESCA IN GERMANIA, -1,5 MLD EURO ENTRATE FISCALI IN 2013 A CAUSA INDEBOLIMENTO RIPRESA CONGIUNTURALE
8 MAGGIO GERMANIA: STIPENDIO NON BASTA, A 323.000 FAMIGLIE SUSSIDIO POVERI
08 MAGGIO GERMANIA, RIVISTE RIBASSO STIME ENTRATE FISCO FINO 2017. NEI PROSSIMI CINQUE ANNI ENTRERANNO 13,2MLD MENO DEL PREVISTO
13 MAGGIO SECONDO UNO STUDIO ERNST & YOUNG , PROSSIMI ANNI DIFFICILI PER BANCHE TEDESCHE
 14 MAGGIO FIDUCIA IMPRESE TEDESCHE CRESCE MENO DI ATTESE A MAGGIO
15 MAGGIOGERMANIA, PIL PRIMO TRIMESTRE +0,1%. CRESCITA PIU’ DEBOLE DELLE ATTESE
24 MAGGIO GERMANIA, AD APRILE +0,4% ENTRATE FISCO, MENO DEL PREVISTO. RIDIMENSIONAMENTO PREVISIONI PER NETTO CALO IVA,PEGGIORE DA 2010
29 MAGGIO GERMANIA, +21.000 DISOCCUPATI A MAGGIO. RIALZO SUPERIORE AD ATTESE. TASSO DISOCCUPAZIONE FERMO A 6,9%
31 MAGGIO GERMANIA: VENDITE AL DETTAGLIO CALANO ANCORA AD APRILE
3 GIUGNO GERMANIA: FMI TAGLIA STIME PIL 2013 ALLO 0,3% DALLO 0,6% =
6 GIUGNO GERMANIA: ORDINI INDUSTRIALI IN CALO DEL 2,3% AD APRILE 

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