venerdì 13 dicembre 2013

Sei gradi di separazione. Dall'euro.

“L’euro è nato solo per rendere impossibile una guerra altrimenti possibile tra Germania e Francia. Gli shock divergenti non potranno più rientrare con gli aggiustamenti dei tassi di cambio, quindi, si tradurranno in tensioni politiche. L’Europa non solo non raggiungerà così l’unione politica, ma otterrà l’esatto contrario.” (Milton Friedman)
L’euro? “un’un’idea orribile”, perché “mettendo insieme paesi con differenziali di crescita e di produttività, costringe i membri dell’Eurozona a giungere all’equilibrio con più disoccupazione e tagli, che stanno spingendo verso un declino progressivo.” (Amartya Sen)
“Sarebbe meglio che l’Italia uscisse dall’euro, gestendo meglio i redditi della popolazione”. (James Mirrless)
“L’euro non ha senso senza unione bancaria, eurobond e unione politica”. (Joseph Stiglitz)
“L’euro è un progetto campato in aria”. un progetto "elitario, antidemocratico e dirigista". L’unione monetaria ridurrà la libertà di mercato, inoltre quest’unione "c’è già ed è quella esistente tra Germania, Austria e Paesi del Benelux". (Paul Krugman)
“Sull’euro mi sono sbagliato: ha soltanto creato problemi alla crescita e all’occupazione e sta creando una generazione perduta di giovani istruiti.” (Christopher Pissarides)

Sei giudizi pesanti e ultimativi. Non vengono dal Movimento 5 stelle, da Forza Italia o dallo Ukip inglese. Sei gradi di separazione incolmabile tratteggiati non già da chi incarna il cosiddetto populismo antieuropeo e sfascista. Sei analisi impietose, non prive di profondi elementi di autocritica, che vengono da sei premi Nobel per l’economia. Sei. L’ultimo, in ordine di tempo è l’anglocipriota Christopher Pissarides, premio Nobel per l’Economia del 2010 e docente alla London School of Economics. La situazione attuale, continua Pissarides, non è sostenibile e né la si può affrontare con provvedimenti ad hoc, man mano che si presentano i problemi.
Unione politica, che vuol dire welfare uniforme, stesse linee guida fiscali, armonizzazione dello sviluppo economico dei singoli stati membri, comune poilitica estera. Il tutto inevitabilmente presuppone anche una indispensabile unione bancaria, con regole uguali per tutti e vigilanza non solo sulle banche sistemiche, ma anche su quelle medie e piccole. Unione vuol dire condivisione. Condivisione vuol dire punto di equilibrio, che inevitabilmente si raggiunge solo attraverso una cessione di sovranità nazionale ponderata si, ma per tutti. Dall’euro allora non è arrivato alcun vantaggio? Sarebbe ingiusto e ingeneroso rispondere di no, ma nel corso di questi undici anni, di fatto quei vantaggi si sono progressivamente affievoliti in maniera direttamente proporzionale all’indisponibilità di Germania e Francia a cedere quote non già di sovranità, ma di preponderanza continentale. La crisi del 2008 ha fatto il resto e Francia e Germania si sono arroccate in una vera e propria lotta di classe all’incontrario. La meno forte tra le due, la Francia, fiaccata dall’asse insostenibile con Berlino, adesso vaga in mezzo al guado, mentre il resto del continente si presenta inaridito dalla politica pangermanica pervicacemente adottata da Berlino. Una politica commercialmente e diplomaticamente molto pericolosa non solo per aver svuotato di impulso evolutivo un continente giudicato di fatto come il cortile di casa. Ma, soprattutto, per aver innescato quelle contromisure inevitabili, tipiche dei conflitti militari su larga scala, da parte delle altre superpotenze: agli Stati uniti, come alla Russia e al Giappone e sinanche alla Cina (che degli Usa detiene il 40% del debito pubblico, non dimentichiamolo) conviene avere a che fare con un’Europa comunitaria, che sia partner commerciale ed eventualmente cuscinetto diplomatico nelle tensioni geopolitiche globali e regionali. Non conviene, ed anzi risulta un potenziale pericolo da sterilizzare, avere a che fare con Un’Unione Europea egemonizzata dalla Germania: perché quell’Europa diventa un rivale, ed un rivale non è un partner. Ed ecco spiegate le contromisure delle banche centrali americana, giapponese e inglese, con massicce immissioni di liquidità per far ripartire i rispettivi mercati interni, ma anche per raffreddare i bollenti spiriti tedeschi, con grossi acquisti di titoli di stato italiani, spagnoli e greci, non tralasciando la vera e propria resistenza partigiana della Bce guidata da Mario Draghi che, abbassando ripetutamente i tassi di interesse cerca di stimolare una svalutazione dell’euro, ma anche di giustificare ulteriori azioni di sostegno della Bce ai paesi in difficoltà (acquisto di bond e tassi di deposito all’1%). Gli spread sono calati, il rendimento del bund tedesco è tornato a salire. Ma intanto  Il 14 novembre l’eurogruppo ha comunicato l’uscita dell’Irlanda e della Spagna dai piani di aiuti della Troika (Fondo Monetario, Bce, Ue), e, si legge nel comunicato del governo di Dublino, l’Irlanda godrà del sostegno finanziario dell'agenzia tedesca Kfw, una specie di cassa depositi e prestiti tedesca, già attiva in Spagna e Portogallo, che finanzierà le sue imprese. «Usciremo dal salvataggio più forti», ha detto il premier Kenny al Parlamento irlandese. «Ci siamo preparati per tre anni per un normale finanziamento sui mercati». La Cassa Depositi e prestiti tedesca che finanzia la crescita di Dublino, come già sta facendo con il Portogallo: questo è colonialismo. Dopo Irlanda e Portogallo toccherà alla Spagna crescere grazie ai tedeschi e poi a chi toccherà? Toccherà all’Italia diventare colonia o Roma potrà ancora godere del proprio vantaggio geopolitico che gli deriva dalla sua posizione geografica di portaerei sul Mediterraneo e linea di demarcazione tra Oriente e Occidente, Nord e Sud del mondo?
Una strada verso il nulla, lo cantavano gli inglesi Talking Heads trenta anni fa. Una strada che non porta da nessuna parte, ma che dobbiamo percorrere, e dobbiamo pure esserne felici. Una moneta unica senza una politica unica. Una moneta unica con 17 diversi titoli di stato e altrettanti andamenti e rendimenti. Una moneta unica regolata solo e unicamente dalle strategie geopolitiche di Berlino. Che la userà finchè non verificherà la sua insostenibilità sociale a livello continentale. Non volendo esserne travolta (e i segnali interni ci sono tutti e cominciano a diventare preoccupanti), non è da escludere che potrebbe essere proprio Berlino ad abbandonare l’euro. Con una mossa a sorpresa, ma non sorprendente.
“Un’Europa di successo, diceva profeticamente il premio nobel Milton Friedman nel 1998, è nell’interesse sia degli europei che degli americani. Ma non vedo la flessibilità dell’economia e dei salari e l’omogeneità necessaria tra i diversi Paesi perché sia un successo. Se l’Europa sarà fortunata e per un lungo periodo non subirà shock esterni, se sarà fortunata e i cittadini si adatteranno alla nuova realtà, se sarà fortunata e l’economia diventerà flessibile e deregolata, allora tra 15 o 20 anni raccoglieremo i frutti dati dalla benedizione di un fatto positivo. Altrimenti sarà una fonte di guai.”
 “Il progetto europeo – aggiunge il premio nobel Joseph E. Stiglitz -  per quanto idealista, è sempre stato un impegno dall’alto verso il basso. Ma incoraggiare i tecnocrati a guidare i vari paesi è tutta un’altra questione, che sembra eludere il processo democratico, imponendo politiche che portano ad un contesto di povertà sempre più diffuso. Non sarà poi così male, continua Stiglitz, tornare alle vostre vecchie monete. Le unioni monetarie spesso durano poco tempo. Ne conseguirebbe un periodo molto difficile, ma la fine dell’euro non sarebbe la fine del mondo.”
Se lo dicono loro…

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