lunedì 12 agosto 2013

Il problema non è cadere, ma come atterrare

trascrizione di un mio intervento a convegno economico 13 giugno 2013.

Per capire quello che potrebbe succedere da qui a qualche mese, dobbiamo attendere il 22 settembre quando la Germania andrà a votare. Tutta l’Europa, a cominciare dai Paesi del Mediterraneo, attende in uno stato di sospensione generale. Non si prendono decisioni coraggiose a medio e lungo termine in attesa del risultato delle elezioni in Germania. Un risultato che non è poi così scontato viste le grandi difficoltà interne in cui si barcamena la signora Merkel.
 6 giugno 1944: Partiva l’operazione Overlord, lo sbarco in Normandia. La Germania, per la seconda volta in 30 anni, venne sconfitta militarmente da una coalizione che spezzò la mai sopita voglia di pangermanismo da parte della nazione tedesca sull’Europa e sul mondo. La Germania all’epoca era alleata con l’Italia che si sfilò prima della sconfitta.
6 giugno 2013: Comincia a circolare la voce, sempre più insistente, non confermata ma neanche smentita, sull’eventualità, sempre più probabile, che la FED, la Banca Centrale Americana, possa cominciare a comprare in maniera massiccia i titoli di Stato italiani e spagnoli. Le coincidenze hanno un loro valore secondo me dal punto di vista storico perché noi oggi in realtà stiamo vivendo gli ultimi mesi della Terza Guerra mondiale.  Una guerra che si sta combattendo con le valute, con l’economia, con la forza dei muscoli della finanza e che, anche se con numeri molto più bassi rispetto a 69 anni fa, sta facendo comunque macerie e morti. Qual è lo scenario? La crisi americana, quella dei titoli subprime, è finita tra il 2008 e il 2009.  L’economia americana ha cominciato lentamente, tra grandissime difficoltà, a risalire, fino ad avere oggi, grazie anche alla politica aggressiva della Federal Reserve, dei fondamentali molto promettenti. Tra il 2008 e il 2009 è successo che ancora una volta la Germania, approfittando di un momento di debolezza, così come era accaduto 69 anni fa, ha tentato per la terza volta di egemonizzare il continente. Lo ha fatto con la leva finanziaria. Lo ha fatto, secondo me, con una truffa. Tra il 2008 e il 2009 il bund tedesco ha cominciato a perdere valore perché le banche regionali tedesche, che sono quelle che detengono la maggior parte del credito in Germania, erano piene di titoli tossici. La Germania ha quindi dato il via libera alle proprie banche, a cominciare dalla Deutsche Bank, per vendere massicciamente BTP italiani, bonos spagnoli e titoli greci. Lo spread va alle stelle. A dover preoccupare, come ha preoccupato, è stato l’aumento dei tassi di rendimento dei titoli italiani, spagnoli e greci. Ovviamente, vendendo titoli di altre nazioni si è apprezzato il bund e la Germania, forte di questa azione violenta e immediata, da guerra lampo, pensava di aver chiuso il cerchio e di poter tenere l’Europa stretta nella morsa del ricatto del rigore. E c’è riuscita, almeno fino a un certo punto. Oggi le cose stanno cambiando e la Germania comincia ad avere delle serie difficoltà. Gli americani, stavolta con i giapponesi e con gli inglesi, hanno deciso di intervenire e lo hanno fatto un po’ più di un anno fa con un programma di immissione di liquidità massiccia per tornare a crescere. Cosa significa? Noi abbiamo la BCE che non può intervenire direttamente con la stampa della moneta ma con l’acquisto dei bond dei Paesi in difficoltà, come ha fatto nel programma OMT. Invece la Banca Centrale inglese, la Banca nipponica e la Federal Reserve hanno deciso di iniettare enormi quantitativi di denaro nelle proprie economie. Addirittura il Giappone ha deciso di iniettare 1400 miliardi di dollari in un anno sui mercati, una cifra abnorme. Da quando queste decisioni sono diventate veramente operative dal punto di vista finanziario, il famoso spread ha cominciato a calare perché queste operazioni hanno consentito l’acquisto dei bond dei cosiddetti Paesi in difficoltà che hanno un rendimento alto e discretamente conveniente. In realtà quello che queste tre banche centrali perdono con l’immissione di liquidità lo recuperano con i rendimenti dei bond che acquistano. Questo è il famoso contrattacco alleato che si è esplicitato ancora di più appunto il 6 giugno di quest’anno quando dalla Federal Reserve hanno fatto circolare la notizia che sono pronti ad acquistare una grossa fetta del debito italiano. Agli Stati Uniti fa comodo avere un partner europeo comunitario. Nel primo trimestre del 2013 l’import americano dall’Italia è aumentato del 6%. Hanno tolto i dazi e anche questa è un’azione di una guerra che sta per concludersi. Agli Stati Uniti non fa comodo anzi temono un partner europeo egemonizzato da una sola nazione perché diventa un rivale. Lo stesso dicasi per il Giappone che è un’altra potenza che esporta molto anche in Cina la quale si sta sganciando dalla Germania perché ha capito il pericolo che incombe e perché detiene il 40% del debito americano. La Germania, in conclusione, dovrà fare i conti con le sue stesse politiche e con il suo mai sopito desiderio di egemonizzare l’Europa. Questa Terza Guerra mondiale, che si gioca sul terreno della finanza e dell’economia, si esplicita attraverso i numeri. Sulla Germania cominciano a cadere le prime bombe dei vari contrattacchi. E si capisce guardando le notizie tra maggio e giugno. Le entrate fiscali nel 2013 calano di 1,5 mld di euro.  Lo stipendio non basta: a 323.000 famiglie tedesche va il sussidio per i poveri. Sono riviste al ribasso le stime delle entrate del fisco fino 2017.
Nel frattempo però la Germania attacca la Francia, altro Paese che ha capito il disastro a cui stava andando incontro e si è tirato indietro con Hollande, facendo asse con l’Italia che, dopo Monti, ha capito che non era più il caso di soggiacere alla politica del rigore a prescindere. Rigore a prescindere che, se non è legato almeno a un principio di crescita, porta recessione. In pratica il malato guarisce ma muore dunque muore in perfetta salute. 
In sei anni la competitività dell’Italia è scesa del 5%, in Germania è salita del 6% quindi abbiamo un gap dell’11% con la Germania. E non soltanto l’Italia.
Sale il surplus commerciale a marzo in Germania. L’export è a +0,5%. I lavoratori metalmeccanici minacciano un grande sciopero e alla fine ottengono l’aumento nel rinnovo contrattuale.
Esce uno studio della Ernst & Young che dice che i prossimi saranno anni difficili per le banche tedesche. L’indice ZEW, che misura la fiducia delle imprese tedesche, cresce molto meno delle attese. Intanto in Giappone il fattore Abenomics fa volare il Pil. Il fattore Abenomics è la politica economica del premier Shinzo Abe che ha deciso, come gli americani, e suppongo in accordo con gli americani e con gli inglesi, di emettere 1.400 miliardi di dollari in un anno, più di 85 miliardi di dollari al mese, per risollevare l’economia. Quindi il Pil è schizzato a +4%, la disoccupazione è calata a ritmi impensabili, i consumi interni sono aumentati e tutto nel giro di meno di un anno.
Nel frattempo Berlino continua a dire che la strada del rigore non si può abbandonare per tornare a crescere perché i conti pubblici sono il dogma che bisogna rispettare e da cui non bisogna derogare. E’ tutto vero, peccato che la Germania, se mettesse tutto nel suo bilancio dello Stato, cosa che non fa e che invece si trova nei bilanci dei Lender, avrebbe un rapporto debito-Pil del 190%. Noi col 130% saremmo i più virtuosi in Europa.
Ad aprile in Germania -0,4% delle entrate del fisco, +21.000 disoccupati a maggio. Intanto si comincia a parlare di allentamento della morsa dell’austerity in Europa. La Commissione europea ogni tanto si riprende e parla di crescita per ritornare subito sui suoi passi al primo richiamo del ministro dell’economia tedesco. In Germania calano anche le vendite al dettaglio (-0,4%) ed è costretta a fare i conti con la sua politica del rigore. Ovviamente pretendendo il rigore per tutti, alla fine il mercato di riferimento tedesco, che è quello europeo, viene meno.
E tutto perché la Germania ha voluto, ancora una volta, egemonizzare politicamente e a livello di etica della politica un continente che è composto da 17 Paesi in cui si usa l’euro e da 27 Paesi che rientrano nei confini dell’Unione europea. E ancora una volta, per la terza volta nel giro di un secolo, la Germania perderà anche questa guerra.
Il 3 giugno il Fondo Monetario Internazionale, lo stesso che fino a un certo punto è stato al fianco della Germania nel perpetrare il rigorismo a tutti i costi, ha tagliato le stime del Pil 2013 allo 0,3% dallo 0,6% e gli ordini industriali sono in calo del 2,3% ad aprile. Questo vuol dire che la guerra in atto sta per concludersi perché non è più sostenibile la politica del rigore fine a se stesso e nemmeno l’azione opaca della Germania, perpetrata per difendere il valore dei propri bund e per nascondere i debiti colossali delle banche regionali. Non a caso la Germania vuole la vigilanza bancaria solo sugli istituti sistemici e non su tutte le banche perché in questo secondo caso verrebbero portate alla luce tutte le magagne e finirebbe a gambe all’aria nel giro di una settimana con una probabile uscita dall’euro. Oppure la Germania si deve convincere, una volta per tutte, con tutti i paracadute che si potranno trovare, ad adottare gli eurobond. Sugli eurobond c’è una condivisione, anche abbastanza sorprendente, tra quello che pensava Tremonti e quello che ritiene Draghi. Da quando l’euro è entrato in vigore siamo davanti alla contraddizione di avere una moneta unica e 17 titoli di Stato diversi. Dunque la Bce non può emettere moneta e quindi non può fare svalutazione competitiva che però non è nemmeno più in mano agli Stati. La speculazione è in mano ai privati che sono i maggiori detentori dei titoli di Stato insieme a banche, Fondi di investimento e Fondi sovrani. Gli Stati europei sono praticamente ricattati da quei soggetti che, non avendo un interesse nazionale, ovviamente fanno gli interessi dei privati. Bisogna uscire da questa contraddizione. Si potrebbe ritornare alle monete nazionali. Questa soluzione, sostenuta anche dal premio Nobel dell’Economia James A. Mirrlees, potrebbe essere utilizzata come spauracchio per la Germania ma francamente, seppur suggestiva e affascinante, non sembra praticabile. Invece sarebbe conveniente fare questi benedetti eurobond cioè un titolo di Stato europeo in cui ognuno ci mette del suo. Tutti, Germania compresa. Per fare l’eurobond ci vuole unità politica in Europa, cosa che oggi non c’è. Ecco perché, e torniamo all’inizio, siamo tutti in sospensione, stiamo tutti aspettando il 22 settembre.
Questo lo scenario internazionale a cui è direttamente collegato quello nazionale. Tutti i nostri indicatori sono in rosso fisso: siamo in recessione per il settimo trimestre consecutivo, la produzione industriale è giù per il 20° mese consecutivo, l’export si sta fermando ed era l’unico settore col segno + davanti. C’è stata una piccola boccata d’ossigeno con lo sblocco dei debiti della pubblica amministrazione voluta dal Governo che è stata spacciata come una misura anticiclica ma in realtà è una misura di buona educazione. Bisogna poi vedere quanto di questi soldi torneranno alle imprese e quanto invece verrà dirottato ai curatori fallimentari o alle banche. Dobbiamo uscire da questa camicia di forza del rigore, dobbiamo tornare a crescere e quindi non giudico negativamente il risultato delle ultime elezioni politiche. Certo un po’ mi preoccupa quello che ha detto Draghi quando, all’indomani del risultato delle urne, ha detto di stare “tranquilli, abbiamo il pilota automatico”.  Questo non è un buon segno. Vuol dire che la sovranità degli Stati è finita. Il dover tranquillizzare il resto d’Europa sui risultati elettorali italiani vuol dire che c’è qualcun altro che decide e pensa per noi.
Si può uscire da questa fase? Sì, secondo me si può fare innanzitutto attraverso una presa di coraggio da parte della nostra classe politica. Quello che è successo a febbraio è l’ultima chiamata per la politica. E lo è non perché Grillo ha preso il 25% ma perché c’è un elettore su tre, se non di più, che non è andato a votare. In Gran Bretagna è nato un partito che si chiama Ukip, presieduto dal parlamentare europeo Nigel Farage,  che ha preso il 25% alle amministrative. Un exploit come quello di Grillo in Italia. Il loro motto è  “Amiamo l’Europa, odiamo l’Unione europea”. Mentre nei Paesi anglosassoni l’astensione, anzi l’astinenza, è un fatto strutturale che si è sedimentato nel tempo, da noi è stata brusca. Da un’elezione a un’altra il dato degli italiani che non sono andati a votare è raddoppiato. Astenuti che si sono confermati anche alle amministrative.
Non c’è una lira. Ce lo dicono tutti i giorni. Il ministro per lo sviluppo economico Flavio Zanonato ha detto che non ci sono soldi per Imu e Iva. Detto questo, però si può tornare a investire con azioni anticicliche avendo il coraggio di rivedere la spesa pubblica. Ci sono sprechi enormi, anche nel sistema di detrazioni e deduzioni fiscali, dai 20 ai 25 miliardi, che potrebbero essere rimessi in circolo. Bisogna tagliare non in maniera lineare ma in maniera selettiva. Però bisogna avere il coraggio di farlo. Toccare delle voci significa toccare degli interessi. Questa è l’occasione. Se non lo fa questo Governo di larghe intese, dove all’opposizione fittizia ci sono soltanto Lega e Sel e all’opposizione vera il M5S, non vedo francamente chi potrà farlo in futuro. Poi bisognerà avere anche il coraggio di mettere mano alla Riforma Fornero che, per ammissione dello stesso ex ministro del Welfare, ha determinato la difficoltà a entrare nel mondo del lavoro. Non solo. Si è fatto tanto parlare dell’accoppiata scuola-lavoro senza poi tradurlo in fatti. 
L’altra sfida che questo Governo deve superare è l’ideologia legata al posto fisso, per passare al concetto di posto stabile dando la garanzia ai lavoratori che professionalità ed esperienza porteranno a fare lo stesso lavoro fino alla pensione, anche se non è detto che lo facciano nella stessa azienda. Questo significa sbloccare il mercato del lavoro e di questo bisognerà convincere anche i sindacati. Soprattutto, bisogna avere il coraggio e la sfrontatezza di decidere, Germania o non Germania, che le nuove assunzioni devono essere defiscalizzate.

Resta anche il problema del credit crunch. L’Italia ha consolidato la propria posizione di terza economia europea grazie all’apporto del sistema bancario che oggi, però, si è quasi praticamente azzerato nonostante quello che dice l’Abi. Bisogna riportare le banche a fare credito ma questo è un problema che bisognerà affrontare in sede europea. Intanto per defiscalizzare le nuove assunzioni bisognerebbe fare ricorsi ai fondi europei non utilizzati e assegnati. E’ un delitto tenere immobilizzati decine di miliardi di euro. Il problema interno, che è dovuto a una situazione di scenario, è un problema che ha due corni: il primo è quello del rigore e il secondo è quello della crescita. Il rigorismo messo in atto dall’Italia, come ha detto lo stesso Squinzi, è stato fine a se stesso e alla fine ha danneggiato le possibilità di ripresa del Paese. Bisogna recuperare la fiducia acquistando, investendo, crescendo e bisogna recuperare il lavoro che è appunto conseguenziale a questo primo aspetto. Ma se il sistema bancario non viene richiamato dalla politica in maniera seria e, ripeto, se non lo fa questo Governo che è di larghe intese, non so chi potrà farlo, il futuro non si sbloccherà e le stesse banche potrebbero cominciare a perdere pezzi a loro volta perché quando i debiti non si pagano, quando aumenta il tasso di insolvenza, quando aumentano le sofferenze, alla fine anche le banche devono cominciare a fare i conti con i propri bilanci. Se è stata utile e positiva l’iniezione della Banca centrale europea con un prestito all’1% alle banche per consentire l’acquisto dei bond al 4%, la BCE dovrebbe intervenire a livello politico affinché tornino a fare credito quanto meno sullo spread del 3% tra quello che hanno speso e quello che guadagnano con l’acquisto dei bond. Riuscirà questa classe politica a farcela? Spero di sì. Quando questa crisi finirà ci sarà un rimbalzo e secondo me non sarà un rimbalzo dolce ma violento. Noi saremo pronti? E’ questa la sfida che dovremo affrontare nei prossimi due anni. 

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