venerdì 13 gennaio 2012

Certo, certissimo, anzi probabile


Commercio, carburanti, taxi, professioni, energia, servizi pubblici locali, farmacie. Sono i punti che delimitano il perimetro del progetto, indubbiamente ambizioso, che si traduce nella nuova parola magica da evocare per invocare un cambiamento purchè sia: liberalizzazioni. Liberalizzare di per sé non è una brutta cosa: in fondo, tagliando vincoli che qua e la’ hanno generato indubbi privilegi, si genera inevitabilmente concorrenza. Più concorrenza genera a sua volta quello spirito di competizione che porta a fare offerte migliori, sempre più innovative, quindi alla fine più convenienti sia per l’utente che per il consumatore. Aggiungendo, a questo, che una concorrenza vera su un mercato veramente competitivo alla fine produce nuovi posti di lavoro, nuove professionalità, nuova linfa per l’indotto. Insomma, contribuisce a produrre più benessere. Il buon esempio della liberalizzazione del settore telefonico è sotto gli occhi di tutti. Peccato che sia l’unico esempio. Peccato che i principi ispiratori delle liberalizzazioni in Italia si siano tradotti molto spesso in sonore fregature. Peccato che, essendo l’Italia il paese in cui è impossibile fare rivoluzioni “perché ci si conosce un po’ tutti”, i bei propositi esposti inizialmente rischiano di restare eterei come i sogni che svaniscono all’alba.
In italia liberalizzare assicurazioni auto, carburanti, gas, trasporti ferroviari ed urbani e  servizi finanziari  è costato alle famiglie quasi 110 mld di euro. Insomma, contrariamente alle aspettative legittime derivanti dal più semplice dei progetti liberalizzatori, prezzi e tariffe sono aumentati per il formarsi di veri e propri cartelli tra le compagnie, più volte denunciate dalla stessa Autorità Antitrust. Oltre che dalla telefonia, qualche vantaggio è arrivato solo dall’apertura del mercato dell’energia, con risparmi effettivi di quasi sette miliardi di euro: In 17 anni, dal 1994 al 2011, ogni famiglia italiana ha dovuto sborsare quasi cinquemila euro in più, quasi trecento all’anno, la metà dei quali imputabili soltanto all’aumento delle tariffe assicurative. L’altra voce che ha inciso pesantemente sui conti delle famiglie italiane è  stata quella dei servizi finanziari (costo dei conti correnti, dei bancomat, commissioni varie, etc.). Non è andata meglio per il gas. Oggi il progetto liberalizzatore parte da due battaglie ideologiche: quella sui tassisti e quella sul commercio libero.
Commercio
Negozi aperti, sempre. Anche di domenica e nei giorni festivi, teoricamente senza limiti di orario. L’immagine evoca le scene di quei film americani dove si vedono drugstore aperti 24 ore su 24. L’idea in effetti affascina più per la comodità di poter trovare un negozio aperto alle 22 che per l’esotismo del progetto in se’. Poi, però bisognerebbe pensare al costo del personale, alla vivibilità in orari notturni (soprattutto per ristoranti, pub e bar), alla sicurezza degli stessi commercianti e ai costi per sostenere l’aumento di polizia e carabinieri in orari serali e notturni. Insomma, più convenienza per il consumatore, ma per gli esercenti che vantaggi concreti porterebbe il progetto? Nessuno sa dirlo, ma sono in tanti a protestare. Intanto nel resto d’Europa i negozi aprono e chiudono a orari fissi.
Taxi
Raddoppio delle licenze e libertà di esercizio su tutto il territorio nazionale. La categoria è sul piede di guerra, fa blocchi selvaggi, mette in ginocchio le grandi città. Raddoppiare le licenze, dicono, significa dimezzare i già risicati guadagni, erosi pure dalle tariffe assicurative e dai costi del carburante alle stelle. Il tempo dirà se hanno ragione o no, resta il dubbio comunque: quanto serve al consumatore raddoppiare le licenze dei tassisti, se poi le tariffe restano bloccate ai massimi e, comunque, di competenza dei sindaci?
Detto questo, il quesito si presenta da solo: l’Italia è pronta per la riproposizione della “lenzuolata 2.0” ? Concorrenza vera e mercato veramente competitivo: siamo una nazione disposta a questo sacrificio, anzi a questa rivoluzione? “In Italia la rivoluzione non si fa: ci conosciamo tutti”, diceva nel 1949 il saggio deputato Crescenzo Mazza. I propositi liberalizzatori di Supermario potrebbero infrangersi miseramente, tra le resistenze incrociate di una moltitudine di categorie che, volenti o no, sono la stragrandissima maggioranza degli italiani. Che, ovviamente, mediamente ogni tre anni vanno a votare per il rinnovo del Parlamento… Monti ce la farà? Certo, certissimo, anzi probabile.

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