L’episodio è illuminante. 10
Novembre 2011, nel pomeriggio all’improvviso Standard and poor’s diffonde la
notizia di un taglio di rating della Francia, che così avrebbe perso
Insomma, le agenzie di rating
servono o no? Sono da considerare buone quando emettono giudizi positivi e
cattive quando i giudizi sono negativi? Sono imparziali o sono uno strumento
nelle mani di chi, di fatto, tiene in pugno le sorti finanziarie del mondo
occidentale? La risposta sarebbe facile, ma anche no. Ciò che è certo è che le
agenzie di rating, così come sono strutturate, ormai rappresentano un’anomalia
tanto palese quanto insostenibile. Le agenzie di rating, che vivono e prosperano
attraverso contratti miliardari per valutare l’affidabilità di soggetti
pubblici e privati, sono società quotate. E sono società private, indipendenti
formalmente, ma non di fatto, visto che sono slegate da enti terzi come le
banche centrali, il Fondo Monetario Internazionale, ecc. La loro stessa
composizione societaria mette i brividi, con intrecci percentuali che in ogni paese europeo sarebbero immediatamente sanzionati dall’Antitrust. Insomma, Standard
& Poor's e Moody's, le maggiori società di rating del mondo, che con un downgrade
possono scatenare reazioni a catena nei mercati e portare a scelte politiche
con pesanti effetti economici e sociali, sono controllate dagli stessi grandi
investitori che non esitano ad attaccare Stati e imprese quando si diffondono
anche solo voci su possibili tagli dei rating. Negli Stati Uniti, dopo il “fattaccio”
del 6 agosto 2011, è in corso un’indagine federale durissima: S&P avrebbe
commesso sugli Usa un errore di 2000 (duemila!!) miliardi di dollari. Anche da
noi si indaga, con la Procura di Trani che ha ipotizzato i reati di aggiotaggio
e turbativa dei mercati proprio verso Standard and Poor’s, in occasione di un
giudizio dato sul debito italiano a mercati aperti e subito smentito da tutte
le istituzioni pubbliche nazionali e internazionali.
Dice Bernard Henry Levy,
filosofo e giornalista francese: “Bisogna anche sapere che questi gruppi sono
remunerati secondo modalità che metterebbero fuori legge qualsiasi altro
tipo di protagonista economico. Sono pagati da clienti che essi stessi dovranno
valutare. Consigliano le banche sul modo di strutturare prodotti che, una volta
messi sul mercato, essi stessi dovranno giudicare. Più tali prodotti sono
complessi, più sono «derivati» o «cartolarizzati», più si è vicini, in altri
termini, ai famosi attivi «tossici» che furono all’origine dell’attuale
depressione, più i piccoli signori delle agenzie fatturano e si arricchiscono.
Tradotto in linguaggio semplice, questo vuol dire essere giudice e giudicato. O
pompiere e piromane. Siamo al limite della peggiore confusione dei generi, se
non del traffico d’influenza più sfrontato. Questi incompetenti sono anche
disonesti che vengono meno a tutte le regole della buona governance e
del fair play. Un dirigente che falsifica i conti della propria azienda va
in prigione. Un responsabile di Standard & Poor’s, che con un battito di
ciglia inconsiderato crea l’effetto, quasi meccanico, di mandare in rovina
milioni di persone, non sarà mai punito. Giuridicamente, la sua «nota» dipende
da un’«opinione».”
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