lunedì 16 gennaio 2012

Ti faccio un rating così...


L’episodio è illuminante. 10 Novembre 2011, nel pomeriggio all’improvviso Standard and poor’s diffonde la notizia di un taglio di rating della Francia, che così avrebbe perso la tripla A. Sui mercati, ancora aperti, si scatena il terremoto, con un’ondata speculativa sia sui listini europei che su quelli americani. Poche ore dopo arriva la correzione dell’agenzia: la notizia è stata diffusa a causa di un errore tecnico, la Francia conserva la tripla A. Il Commissario economico europeo Olli Rehn interviene, definendo  “impensabile che in una situazione di così grande incertezza dei mercati e di tensione economica internazionale possano verificarsi errori così grossolani”, e decide di aprire un'indagine per comprendere le responsabilità di quanto accaduto. Venerdi 13 gennaio 2012 la stessa Standard and Poor’s stavolta non si sbaglia e il declassamento avviene sul serio: nove stati europei, tra cui Francia, Italia, Spagna e Portogallo e Austria, vengono retrocessi. Parigi perde, stavolta sul serio, la tripla A; stesso destino per Vienna, Roma passa in serie BBB+ da A.  Il sei agosto 2011 S&P si era espressa anche sugli Stati Uniti, declassandoli e facendo perdere a Washington la tripla A, cosa mai successa nella storia. E tutto dopo un faticosissimo iter parlamentare sul debito pubblico. Esattamente come il 13 gennaio: arriva il declassamento a catena proprio nel pieno di un negoziato difficile, ostico e non indolore sulla gestione dell’enorme debito sovrano degli Stati membri. Il 16 gennaio, lo stesso Olli Rehn torna a tuonare: “Le agenzie di rating non sono istituti di ricerca imparziali ma hanno i loro interessi e svolgono il loro ruolo molto in linea con il capitalismo finanziario Usa”. Qualcuno ha fatto soldi dalla «destabilizzazione», ha detto Rehn che già venerdì 13 gennaio aveva definito «aberrante» la scelta di S&P's di declassare mezza eurozona.
Insomma, le agenzie di rating servono o no? Sono da considerare buone quando emettono giudizi positivi e cattive quando i giudizi sono negativi? Sono imparziali o sono uno strumento nelle mani di chi, di fatto, tiene in pugno le sorti finanziarie del mondo occidentale? La risposta sarebbe facile, ma anche no. Ciò che è certo è che le agenzie di rating, così come sono strutturate, ormai rappresentano un’anomalia tanto palese quanto insostenibile. Le agenzie di rating, che vivono e prosperano attraverso contratti miliardari per valutare l’affidabilità di soggetti pubblici e privati, sono società quotate. E sono società private, indipendenti formalmente, ma non di fatto, visto che sono slegate da enti terzi come le banche centrali, il Fondo Monetario Internazionale, ecc. La loro stessa composizione societaria mette i brividi, con intrecci percentuali che in ogni paese europeo sarebbero immediatamente sanzionati dall’Antitrust. Insomma, Standard & Poor's e Moody's, le maggiori società di rating del mondo, che con un downgrade possono scatenare reazioni a catena nei mercati e portare a scelte politiche con pesanti effetti economici e sociali, sono controllate dagli stessi grandi investitori che non esitano ad attaccare Stati e imprese quando si diffondono anche solo voci su possibili tagli dei rating. Negli Stati Uniti, dopo il “fattaccio” del 6 agosto 2011, è in corso un’indagine federale durissima: S&P avrebbe commesso sugli Usa un errore di 2000 (duemila!!) miliardi di dollari. Anche da noi si indaga, con la Procura di Trani che ha ipotizzato i reati di aggiotaggio e turbativa dei mercati proprio verso Standard and Poor’s, in occasione di un giudizio dato sul debito italiano a mercati aperti e subito smentito da tutte le istituzioni pubbliche nazionali e internazionali.
Dice Bernard Henry Levy, filosofo e giornalista francese: “Bisogna anche sapere che questi gruppi sono remunerati secondo modalità che metterebbero fuori legge qualsiasi altro tipo di protagonista economico. Sono pagati da clienti che essi stessi dovranno valutare. Consigliano le banche sul modo di strutturare prodotti che, una volta messi sul mercato, essi stessi dovranno giudicare. Più tali prodotti sono complessi, più sono «derivati» o «cartolarizzati», più si è vicini, in altri termini, ai famosi attivi «tossici» che furono all’origine dell’attuale depressione, più i piccoli signori delle agenzie fatturano e si arricchiscono. Tradotto in linguaggio semplice, questo vuol dire essere giudice e giudicato. O pompiere e piromane. Siamo al limite della peggiore confusione dei generi, se non del traffico d’influenza più sfrontato. Questi incompetenti sono anche disonesti che vengono meno a tutte le regole della buona governance e del fair play. Un dirigente che falsifica i conti della propria azienda va in prigione. Un responsabile di Standard & Poor’s, che con un battito di ciglia inconsiderato crea l’effetto, quasi meccanico, di mandare in rovina milioni di persone, non sarà mai punito. Giuridicamente, la sua «nota» dipende da un’«opinione».”

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