domenica 8 gennaio 2012

Resa dei conti o i conti della resa?


Archiviato il 2011 come l’anno del tracollo finanziario e della speculazione distruttiva, il 2012 si preannuncia come l’anno decisivo. Quello delle risposte a tutta una serie di domande che confluiscono in una sola: l’Euro ce la farà a vedere il 2013? Questo blog nasce con il tentativo di analizzare uno scenario, tentativo indispensabile per cercare di capire tutte le altre questioni che a cascata ne conseguono, fin dentro i nostri portafogli. Questioni che, peraltro, sempre in questo blog si cercherà di affrontare nella maniera più chiara possibile.
Inutile girarci intorno: è in atto una guerra. Un conflitto mondiale che ancora una volta si gioca sul campo europeo, anche se stavolta senza cannoni e carri armati. L’obiettivo finale è distruggere l’Euro, moneta forte di un continente debole, che ha preferito nascondere le proprie magagne e la propria desolante debolezza strutturata sulle mille divisioni nazionali, dietro lo scudo monetario di una divisa tanto solida quanto evidentemente fin troppo aggressiva e, quindi, potenzialmente pericolosa per quella che un tempo era la moneta di riferimento (il dollaro), per il suo referente europeo (la sterlina) e, soprattutto, per la divisa dei nuovi ricchi, padroni del 40% del debito americano (lo yuan cinese). Le guerre mondiali durano anni, e questa non fa eccezione, ma il 2012 sarà l’anno della resa o della resa dei conti? Se il buongiorno si vede dal mattino, beh, c’è poco da stare allegri. Cominciamo dallo spread: è la dimostrazione plastica del fallimento politico del progetto Euro. Mi spiego: lo spread è la differenza di rendimento tra i titoli tedeschi, presi come riferimento virtuoso in Europa, e il resto dei titoli di stato continentali. Ebbene, l’oscillazione pericolosa e sempre verso l’alto dello spread italiano, ma anche francese, belga, austriaco, spagnolo sta a dimostrare l’esistenza di fortissime speculazioni sui titoli di stato da parte di potenti soggetti privati. E questo significa che ci sono elementi che, disinvestendo intenzionalmente sui titoli di stato, stanno mettendo a rischio le economie proprio di quelle nazioni che sorreggono l’Euro. E qui si palesa il paradosso: quanto è servito avere una moneta unica mantenendo, però, 17 titoli di stato diversi? Quando, infatti, a speculare erano gli Stati, si svalutava la moneta nazionale per rendere più competitiva la produzione, insomma si speculava sulla svalutazione per potenziare la crescita e rendere il debito pubblico più sostenibile a medio e lungo termine. Con la moneta unica, chiunque invece può speculare sui titoli di stato con il risultato, però, di spingere le singole economie in posizione prona, in ginocchio. Perché i titoli di stato sono il finanziamento del debito pubblico e il loro valore rappresenta la credibilità delle singole economie a sostenere quel debito. Con i titoli di stato sotto pressione, vanno in fibrillazione anche le banche, che di quei titoli hanno la pancia piena. Le agenzie di stampa avvertono: “da Spagna a Francia e' allarme banche europee. Rischi ricapitalizzazioni e salvataggi; Madrid, servono 50 mld: dalla Spagna arriva un nuovo allarme bancarotta, l'Ungheria e' sull'orlo del tracollo finanziario, in Gran Bretagna si profila un drastica stretta sul credito e anche in Francia barcollano i grandi istituti come Socgen, Bnp Paribas e Credit Agricole, dopo l'accoglienza non entusiastica dell'asta di titoli di Stato a lungo termine. La crisi invischia tutto il settore bancario europeo e basti pensare come - sull'onda del caso Unicredit - anche Deutsche Bank sia andata giu' in Borsa solo per le voci di un aumento di capitale.”
Insomma, le banche cominciano a perdere liquidità ed ecco intervenire la Bce con iniezioni poderose a interessi stracciati. Ma non basta, quel denaro messo in circolo a buon mercato a favore delle banche affinchè tornino a fare il proprio mestiere e cioè il credito, non viene usato: viene accantonato. E sapete perché? Perché l’ente bancario europeo ha imposto a quelle banche di ricapitalizzarsi per sostenere il peso della crisi. Insomma, da una parte l’Europa con la Bce dà, dall’altra con l’ente bancario europeo toglie: un cortocircuito. E tutto per non aver adottato, insieme all’euro, l’Eurobond, il titolo di stato europeo che avrebbe blindato il continente. Ma l’Eurobond significa unione fiscale; unione fiscale significa unione di bilancio; unione di bilancio significa unione politica. Unione politica significa governo sovranazionale con poteri esecutivi subordinati demandati ai governi locali. Ecco, siamo arrivati al punto, il punto debole individuato da chi tiene nel mirino l’Europa e la sua unione di zucchero filato. Ecco lo scenario, obbligatorio, con cui si apre questo blog: l’Europa se vuole davvero salvare se’ stessa e la sua moneta unica deve scegliere tra la peste e il colera: tra la malattia mortale degli egoismi nazionali (a cominciare dalla Germania e dalle sue pretese egemoniche giustamente maldigerite) e la malattia curabile dei sacrifici, ma divisi equamente. Una volta per tutte.

Nessun commento:

Posta un commento