Archiviato il 2011 come
l’anno del tracollo finanziario e della speculazione distruttiva, il 2012 si
preannuncia come l’anno decisivo. Quello delle risposte a tutta una serie di
domande che confluiscono in una sola: l’Euro ce la farà a vedere il 2013? Questo
blog nasce con il tentativo di analizzare uno scenario, tentativo
indispensabile per cercare di capire tutte le altre questioni che a cascata ne
conseguono, fin dentro i nostri portafogli. Questioni che, peraltro, sempre in
questo blog si cercherà di affrontare nella maniera più chiara possibile.
Inutile girarci intorno: è in atto una guerra. Un conflitto
mondiale che ancora una volta si gioca sul campo europeo, anche se stavolta
senza cannoni e carri armati. L’obiettivo finale è distruggere l’Euro, moneta
forte di un continente debole, che ha preferito nascondere le proprie magagne e
la propria desolante debolezza strutturata sulle mille divisioni nazionali,
dietro lo scudo monetario di una divisa tanto solida quanto evidentemente fin
troppo aggressiva e, quindi, potenzialmente pericolosa per quella che un tempo
era la moneta di riferimento (il dollaro), per il suo referente europeo (la
sterlina) e, soprattutto, per la divisa dei nuovi ricchi, padroni del 40% del
debito americano (lo yuan cinese). Le
guerre mondiali durano anni, e questa non fa eccezione, ma il 2012 sarà l’anno
della resa o della resa dei conti? Se il buongiorno si vede dal mattino, beh,
c’è poco da stare allegri. Cominciamo dallo spread: è la dimostrazione plastica
del fallimento politico del progetto Euro. Mi spiego: lo spread è la differenza
di rendimento tra i titoli tedeschi, presi come riferimento virtuoso in Europa,
e il resto dei titoli di stato continentali. Ebbene, l’oscillazione pericolosa
e sempre verso l’alto dello spread italiano, ma anche francese, belga,
austriaco, spagnolo sta a dimostrare l’esistenza di fortissime speculazioni sui
titoli di stato da parte di potenti soggetti privati. E questo significa che ci
sono elementi che, disinvestendo intenzionalmente sui titoli di stato, stanno
mettendo a rischio le economie proprio di quelle nazioni che sorreggono l’Euro.
E qui si palesa il paradosso: quanto è servito avere una moneta unica
mantenendo, però, 17 titoli di stato diversi? Quando, infatti, a speculare
erano gli Stati, si svalutava la moneta nazionale per rendere più competitiva
la produzione, insomma si speculava sulla svalutazione per potenziare la
crescita e rendere il debito pubblico più sostenibile a medio e lungo termine.
Con la moneta unica, chiunque invece può speculare sui titoli di stato con il
risultato, però, di spingere le singole economie in posizione prona, in
ginocchio. Perché i titoli di stato sono il finanziamento del debito pubblico e
il loro valore rappresenta la credibilità delle singole economie a sostenere
quel debito. Con i titoli di stato sotto pressione, vanno in fibrillazione
anche le banche, che di quei titoli hanno la pancia piena. Le agenzie di stampa
avvertono: “da Spagna a Francia e'
allarme banche europee. Rischi ricapitalizzazioni e salvataggi; Madrid, servono
50 mld: dalla Spagna arriva un nuovo allarme bancarotta, l'Ungheria e'
sull'orlo del tracollo finanziario, in Gran Bretagna si profila un drastica
stretta sul credito e anche in Francia barcollano i grandi istituti come
Socgen, Bnp Paribas e Credit Agricole, dopo l'accoglienza non entusiastica
dell'asta di titoli di Stato a lungo termine. La crisi invischia tutto il
settore bancario europeo e basti pensare come - sull'onda del caso Unicredit -
anche Deutsche Bank sia andata giu' in Borsa solo per le voci di un aumento di capitale.”
Insomma,
le banche cominciano a perdere liquidità ed ecco intervenire la Bce con
iniezioni poderose a interessi stracciati. Ma non basta, quel denaro messo in
circolo a buon mercato a favore delle banche affinchè tornino a fare il proprio
mestiere e cioè il credito, non viene usato: viene accantonato. E sapete
perché? Perché l’ente bancario europeo ha imposto a quelle banche di
ricapitalizzarsi per sostenere il peso della crisi. Insomma, da una parte
l’Europa con la Bce dà, dall’altra con l’ente bancario europeo toglie: un
cortocircuito. E tutto per non aver adottato, insieme all’euro, l’Eurobond, il
titolo di stato europeo che avrebbe blindato il continente. Ma l’Eurobond
significa unione fiscale; unione fiscale significa unione di bilancio; unione
di bilancio significa unione politica. Unione politica significa governo
sovranazionale con poteri esecutivi subordinati demandati ai governi locali. Ecco,
siamo arrivati al punto, il punto debole individuato da chi tiene nel mirino
l’Europa e la sua unione di zucchero filato. Ecco lo scenario, obbligatorio,
con cui si apre questo blog: l’Europa se vuole davvero salvare se’ stessa e la
sua moneta unica deve scegliere tra la peste e il colera: tra la malattia
mortale degli egoismi nazionali (a cominciare dalla Germania e dalle sue
pretese egemoniche giustamente maldigerite) e la malattia curabile dei
sacrifici, ma divisi equamente. Una volta per tutte.

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